Alla ricerca di Meno

Affrontando la questione “Ricercatori italiani” ho scoperto parecchie cose interessanti giungendo, alla fine, a due sole conclusioni certe: a) l’attendibilità dei dati ufficiali sui ricercatori italiani è scarsa e approssimativa; b) quei pochi dati statistici ottenuti, sono stati gonfiati o sgonfiati, a seconda delle circostanze. Dall’analisi di questa aggrovigliata storia, fatta di normative viste e riviste, precari e riforme ministeriali, ricercatori ordinari, associati o dissociati, bandi di concorso truccati, assegni di ricerca fantasmi, e procedure di accreditamento manipolate, ne è venuto fuori un solo, attendibile, dato. I fondi per la ricerca in Italia sono sempre di Meno. E meno fondi significa “minor qualità”, “minori servizi e risorse”, “minor innovazione”, “minor crescita economica”, “minore civiltà”. L’avverbio Meno indica meno ricercatori nel breve termine; ma porta con sé anche una previsione avveniristica, perché direttamente proporzionale al minor numero di dottorandi che si avranno nel lungo termine. Senza fondi, viene meno anche il movimento dell’anima, si offende il talento, e la speranza e l’orgoglio tutto italiano di poter competere con gli standard internazionali. Di potercela fare, e di farlo anche meglio.

Torniamo però ai dati oggettivi, perché come diceva W.E. Deming, “Without data, you are just another person with an opinion”[1] (senza dati, sei solo un’altra persona con un’opinione). Ergo, valutiamone un po’. Nel 2010 erano circa 125.000 gli studenti che conseguivano il dottorato in Europa[2]. Ma quanto guadagna, di norma, un ricercatore in Europa? Prendiamo come riferimento due università europee, una olandese e una italiana. Un dottorando all’Università di Utrecht riceve una retribuzione lorda di 32.928 euro annui. Un dottorando alla Luiss di Roma percepisce un compenso lordo pari a 13.638 euro annui. L’Università di Utrecht è pubblica, la Luiss privata. Viene da pensare che il settore pubblico olandese sia migliore persino dell’eccellenza del nostro privato. A chi stia già pensando che il costo della vita in Olanda è abbondantemente più alto di quello italiano, risponde l’Eurostat posizionando l’Italia poco dopo l’Olanda, con 0.8[3] punti percentuali in meno. Secondo quanto riporta l’OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe), organizzazione regionale con circa 57 stati partecipanti, tra cui Canada, Stati Uniti e Russia, l’Italia è all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda la spesa per l’istruzione pubblica.[4] Allargando il raggio, nemmeno l’Indonesia si posiziona tanto male. La percentuale della nostrana ultima della lista conta un valore di 0.6 dottorandi ogni 1000 abitanti, contro i 3.8 della Finlandia.

A questi dati scoraggianti, si aggiungono quelli dei ricercatori precari. Più della metà. Un dato che ammonta a 66.097[5] ricercatori precari, 15.000 in più rispetto ai ricercatori regolarmente assunti e tutto questo in aperta violazione con le norme sancite dalla The European Charter for Researchers[6], ovvero la Bibbia Europea dei ricercatori. La Commissione Europea che eroga i fondi destinati alla ricerca impone il ricercatore nello stesso inquadramento del lavoratore, con un regolare contratto. Il contenzioso tra Miur (Ministero dell’Istruzione) e l’UE è aperto e incandescente. Non oso pronosticare gli effetti che questa controversia potrebbe avere per l’Italia, se l’UE dovesse avere la meglio. Alla diagnosi  già critica, il 15 dicembre 2015 si è aggiunta la bocciatura dell’emendamento alla legge di Stabilità 2016 che prevedeva l’estensione agli assegnisti, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio dell’indennità di disoccupazione. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti  intanto, continua a sostenere che la ricerca non è lavoro. Gli scienziati hanno invitato l’UE a fare pressione sul governo italiano affinché finanzi adeguatamente la ricerca. Lo scorso 4 febbraio, 69 scienziati italiani hanno scritto una lettera apparsa sulla rivista scientifica Nature[7] in cui si legge: “Oramai da decenni il CNR non riesce a finanziare la ricerca di base,  operando in un regime di perenne carenza di risorse. I fondi per la ricerca sono stati ridotti al lumicino. I PRIN (progetti di ricerca di interesse nazionale) sono rimasti inattivi dal 2012, fatta eccezione per alcune piccole iniziative.”[8]

In sostanza, l’Italia non solo tarda a rinnovarsi e ad investire sul tema “ricerca”, ma addirittura subisce un’involuzione, auto-proclamandosi membro onorario di un progressivo processo di atrofizzazione culturale. Che siate professori associati o ordinari, dottorandi in Italia o all’estero, ricercatori a tempo determinato o indeterminato poco importa, un semplice grazie, “l’Italia è di chi se ne prende cura, ovunque si trovi, non di chi la calpesta”.

Sul sito charge.org una petizione tenta di salvare la ricerca italiana; se vi sentite paladini dell’accademismo o semplici fedelissimi di Sheldon e Leonard di Big Bang Theory, vi basterà cliccare qui:

https://www.change.org/p/salviamo-la-ricerca-italiana?recruiter=498525935&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=autopublish&utm_term=des-lg-share_petition-no_msg

di Martina DI CHIRO

[1] http://intelmsl.com/insights/data-generated-insight/

[2] Cfr. Cooperation on doctoral education between Africa, Asia, Latin America and Europe, 2012, p. 47

[3] Certo esiste una differenza relativa dei costi anche prendendo come parametro due città italiane diverse, ma tra Roma e Utrecht (che non è una capitale), primeggia Roma.

[4] OECD: Table 4B.2. See Annex 3: (https://data.oecd.org/)

[5]http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/29/universita-precari-piu-del-50-dei-ricercatori-dopo-il-dottorato-lavorano-gratis-per-10-mesi-55-ore-a-settimana/2503264/

[6] http://www.rcuk.ac.uk/RCUK-prod/assets/documents/skills/gapanalysis.pdf

[7] Parini, Giorgio, Governments: Balance research funds across Europe, Nature 530, 33, 04 February 2016, (http://www.nature.com/nature/journal/v530/n7588/full/530033d.html )

[8] Ibid.,

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