Un alabastro inglese nel regno di Napoli: il caso del polittico del museo archeologico di Venafro

Venafro, Museo di Santa Chiara, da SS. Annunziata, Cattura di Cristo (foto di R. Venditto)

L’altare in alabastro scolpito, conservato nel Museo archeologico di Venafro, è uno dei rari esempi in Italia di polittico di produzione inglese ancora integri. Seppur lacunoso in alcuni  particolari, come la cornice originaria, presumibilmente in legno, o i baldacchini di alabastro intagliato che sormontavano le formelle, dei quali solo due si sono conservati, restano tutte le sette formelle attraverso le quali viene narrata la passione di Cristo. La formella centrale, quella della Crocifissione, è più alta delle altre in quanto scena principale. Le altre formelle presentano da sinistra verso destra le scene della Cattura di Cristo, della Flagellazione, della Salita al Calvario, della Deposizione dalla Croce, della Deposizione nel sepolcro e della Resurrezione. I personaggi ed i particolari sono finemente scolpiti nell’alabastro ed i loro ruoli sono evidenziati dall’uso dei diversi colori nei quali sono realizzati: i buoni conservano il colore chiaro naturale della pietra, (spazio) con l’aggiunta di dorature sulla barba e sui capelli, mentre i cattivi hanno il volto e le mani di colore scuro.

Fino al 1979 le formelle erano posizionate in una cappella della chiesa dell’Annunziata di Venafro, ai lati di un grande crocifisso ligneo policromo, ricomposte arbitrariamente in cornici di gesso, poste in modo da rispondere solo a criteri di simmetria. Proprio nel 1979 le formelle, insieme ad altri manufatti presenti nella chiesa, furono rubate. Ritrovate fortuitamente, furono consegnate alla Soprintendenza che le affidò prima all’ICR (Istituto per la Conservazione ed il Restauro) e poi al museo. Le sette formelle che formano il polittico, prive della loro cornice originaria, durante la fase di restauro del 1983 furono ripulite e poi riassemblate in una cornice rettangolare, per conferire loro, almeno nella disposizione generale, l’antico aspetto di oggetto d’arte mobile. Nel 1984 l’altare è stato posizionato in una sala al secondo piano del Museo Archeologico di Santa Chiara a Venafro, dove si trova ancora oggi, non più nella chiesa per motivi di conservazione e sicurezza.

La lavorazione dell’alabastro per la fabbricazione di oggetti d’arte e devozionali si sviluppa in Inghilterra nei territori vicini alle cave del materiale presso le contee di Derby e Stafford. Inizialmente le formelle sono lastre uniche spesso affiancate da statue o dipinti. L’evoluzione della lavorazione porta però ad una crescita dei lavoratori e delle botteghe di alabastrai fino ad arrivare, nel XV sec. (,) al periodo di massimo sviluppo della produzione con una realizzazione anche seriale e standardizzata delle opere che in origine erano più curate e raffinate. Se la diffusione dei polittici aumenta intorno al 1550, quando la riforma protestante mette al bando le immagini cristiane che vengono così esportate, nello stesso tempo questa contribuisce anche a porre fine alla produzione, che quindi rimane circoscritta geograficamente e temporalmente lungo l’arco di due secoli, dalla metà del XIV alla metà del XVI.

La diffusione degli altari è legata ai rapporti diplomatici attraverso i quali i manufatti potevano essere donati non solo a chiese o vescovi, ma anche a signori e regnanti per la devozione in cappelle private. Gli altari erano oggetti di lusso che, grazie alla loro policromia e all’utilizzo dell’oro, erano considerati doni adatti in diversi ambiti. Il fatto di essere trasportabili con facilità ne aumentava la possibilità di diffusione e le richieste, non solo da parte dei regnanti inglesi ma da quelli di tutta Europa, compresi il Papa e le potenti cariche ecclesiastiche. 

Della grande produzione medievale di alabastri rimangono in tutta Europa solo cinquanta altari completi e circa duecento frammenti.

Gli altari che si conservano integri nel nostro paese sono in numero minore rispetto alle altre nazioni europee, sia per la distanza che per la lontananza culturale dall’arte del nostro Rinascimento. Altari e frammenti in alabastro scolpito si trovano a Torino, Milano, Venezia, Genova, Pisa, Ferrara, Napoli, Catania, Trieste. Fra questi i polittici più utili per il confronto considerati in riferimento all’altare molisano, sono quelli di Napoli e Ferrara, sia per la conservazione che per le affinità iconografiche.

Gli altari di Venafro e Ferrara sono più strettamente legati tra di loro dal punto di vista iconografico. Forti legami si riscontrano anche dal punto di vista morfologico soprattutto nel modo di rendere gli sfondi, le aureole, la croce o il sepolcro. Sostanziali sono però le differenze stilistiche per l’intaglio delle figure, nei panneggi e nelle stesse espressioni dei volti, molto più caratterizzati ed arrotondati a Ferrara. Alcuni particolari, come la diversità nel posizionamento di alcune figure o la maggiore capacità di intaglio nell’esempio di Ferrara, fa supporre che pur essendo molto vicini cronologicamente non siano stati realizzati dalla stessa mano, probabilmente non dalla stessa bottega. Anche iconograficamente, del resto, l’esemplare di Venafro può essere considerato una variante con alcuni temi aggiunti rispetto a quello di Ferrara, come ad esempio la figura di Malco nella prima formella, rappresentato inginocchiato sotto Cristo nell’atto di coprirsi con la mano l’orecchio destro, o la Maddalena , nella sesta formella, posta in primo piano e rappresentata con lunghi capelli raccolti in trecce e con il vasetto di unguento.

Sulla base delle diverse caratteristiche morfologiche e stilistiche pare possibile attribuire l’altare di Venafro ad una produzione inglese del tardo XV sec., più precisamente fra il 1480 ed il 1500, proveniente da una delle botteghe attive a Nottingham, centro di maggior produzione di polittici e del quale si conservano formelle iconograficamente simili a quelle molisane gia a partire dall’inizio del XIV sec.

Per capire come possa essere arrivato un polittico inglese nella cittadina di Venafro bisognerebbe possedere notizie più circostanziate, ad esempio la testimonianza dell’arrivo tramite una donazione o una committenza. Si possono però stilare una serie di ipotesi sulla base di testimonianze storiche riguardanti gli aspetti sociali della cittadina fra il Quattrocento e il Cinquecento e a partire dalla storia della chiesa dell’Annunziata, la quale che costruita prima del 1387 come sede della confraternita dei Flagellanti che in quell’anno avevano sottoposto il proprio statuto all’approvazione del vescovo di Venafro. 

La diffusione di queste associazioni laiche, che con il tempo si trasformeranno in opere pie, era iniziata nel centro Italia alla metà del XIII secolo e si era diffusa in maniera rapida e capillare per tutto il settentrione. La diffusione al sud era stata più lenta ma era avvenuta gia alla metà del ‘300: a Napoli già, alla metà del XIII sec., si era dato vita a tutta una serie di nuove esperienze religiose e associative che la avvicinavano a tanti altri centri urbani dell’Italia centro-settentrionale.

Non è difficile ipotizzare uno stretto legame della confraternita con Napoli, se non addirittura identificarvi la provenienza dei suoi fondatori.

Molti hanno voluto vedere proprio in questi rapporti fra le confraternite meridionali la possibilità dell’arrivo a Venafro del polittico, soprattutto considerando il fatto che già ad un secolo dalla sua fondazione la confraternita dei battenti era divenuta una delle più importanti e ricche della città. Proprio nel momento di massima fioritura dell’associazione, intorno alla fine del XV sec., sarebbe stato importato il polittico, pochi anni dopo quindi la sua realizzazione in Inghilterra. A questo livello si potrebbe anche ipotizzare che l’altare fosse stato importato proprio per essere donato a Venafro o da un ricco possidente molisano, magari un membro dalla stessa confraternita napoletana legata ai battenti di Venafro o appartenente alla famiglia dei Pandone, che nella cittadina si erano insediati come feudatari già dal 1443. Se poi si considera ad esempio il fatto che il Papa ricordato in una lapide nella chiesa dell’Annunziata per la fondazione della confraternita è lo stesso (Urbano VI) che avrebbe fatto importare le due statue di san Pietro e Paolo a Santa Croce di Gerusalemme, si intuisce come non solo il commercio degli altari in alabastro fosse già avviato in Italia, ma anche che l’acquisto sia stato fatto esclusivamente per la chiesa.

Si potrebbe ritenere che tra il 1480-90 e i primi anni del 1500 il polittico sia arrivato a Venafro e portato nella chiesa. Questo periodo della storia di Venafro tuttavia fu particolarmente travagliato, con continue guerre, anche a livello locale, fino all’arrivo degli spagnoli. Pertanto, pare più plausibile che l’altare sia arrivato alla fine del XVI sec. quando iniziarono i primi lavori di ampliamento della chiesa. Nel 1519 l’architetto Battista della Valle cedette una propria casa al priore della confraternita per l’ampliamento della chiesa (conclusosi nel 1591): per cui non si può escludere che si trattasse di un dono per la nuova chiesa, proprio in un periodo in cui la diffusione delle opere in alabastro era decisamente fiorente, favorita in Inghilterra dalla riforma protestante. Questa tesi sarebbe plausibile soprattutto se si considera il fatto che la chiesa e la confraternita erano sicuramente più ricche alla fine del ‘500 rispetto alle condizioni iniziali: lo confermerebbero le ridotte dimensioni della chiesa primitiva, ampliata proprio per rispondere alle nuove esigenze dell’istituzione.

Nel 1771 terminarono i lavori che conferirono all’interno della chiesa l’aspetto attuale e le formelle furono murate vicino al Crocifisso ligneo. L’altare era allora già smembrato, il che potrebbe far presupporre la sua presenza nella chiesa già da diversi secoli e immaginare diverse circostanze per lo smontaggio: fin quando la cornice in legno è stata intatta il polittico è rimasto nella sua forma originaria, quando poi la cornice non è stata più ritenuta consona è stata eliminata ed il polittico smembrato; oppure può essere che sia stato smembrato quando nella stessa cappella è stato portato il crocifisso ligneo policromo, e, non avendo lo spazio per esporre l’altare integro, le formelle sarebbero state murate ai lati della scultura.

In ogni caso pare scontato che l’arrivo dell’altare in Molise abbia avuto come tappa intermedia dall’Inghilterra il porto di Napoli, capitale del Regno aragonese. Se i rapporti fra Venafro e Napoli sono testimoniati da tante fonti e da tanti monumenti della città, non è altrettanto facile stabilire un legame fra i tre polittici presenti sul territorio dell’antico regno. Oltre alla diversità stilistica fra i pezzi, che fa presupporre l’acquisto in posti e tempi diversi, non è possibile riscontrare né i legami con committenti nè i semplici motivi della richiesta di questo tipo di oggetti.

In generale, per l’arrivo di questi tre pezzi nel regno di Napoli,si possono ipotizzare oltre a legami forti con l’Inghilterra, anche l’influsso dell’arte durazzesca ed il gusto per le forme nordiche, che possono aver stimolato questo gusto e questa importazione.

I legami commerciali con l’Inghilterra, che ovviamente diventano canali anche per la diffusione del gusto artistico, si sviluppano soprattutto quando Napoli viene inserita in un complesso di territori più ampi sotto la corona spagnola.  L’importanza della capitale meridionale come centro di scambi, sia nazionali che non, è nota: Napoli era il centro di raccolta e di smistamento di tutto ciò che arrivava nel regno. A livello artistico subiva ed accoglieva vari influssi da diversi luoghi e dettava le regole su come questi influssi sarebbero arrivati al resto del regno.

Un altare in alabastro a Napoli poteva essere donato, commissionato o acquistato da chiunque: regnanti, ricche famiglie, ambasciatori. A Venafro il polittico può essere arrivato solo perché la cittadina ed i suoi ricchi esponenti, dai Pandone ai membri della confraternita, erano inseriti in una rete commerciale e culturale più ampia, quella di un regno che, soprattutto a partire dalla reggenza del re Alfonso D’Aragona, sarà punto di riferimento centrale sia per il territorio spagnolo amministrato dal sovrano, sia per le relazioni e gli scambi di tutta Europa.

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