Antonio Paolucci. Un reazionario. Un classico.

Storico dell’arte, uomo di profonda cultura, già Soprintendente a Venezia, Verona, Mantova e infine a Firenze sia per l’Opificio delle pietre dure, che per il Polo museale fiorentino, Direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, Ministro per i Beni Culturali (1995-96), ricopre ruoli importanti in istituzioni ed enti del settore culturale italiano, dal 2007 è Direttore dei Musei Vaticani.

Si auto definisce un reazionario, perchè dichiara di non credere nello sfruttamento commerciale dei beni culturali, di non credere nel turismo di massa, di non credere nel federalismo.

Leggendo i suoi libri, ascoltando le sue lectiones magistrales ed i suoi interventi in programmi televisivi di approfondimento, leggendo le sue dichiarazioni rilasciate ai giornalisti, ci si fa un’idea molto chiara del pensiero di Paolucci sul concetto di cultura, sulla condizione del panorama culturale italiano, sul ruolo che i Beni Culturali dovrebbero svolgere in una società, ed è un’idea tutt’altro che reazionaria, classica direi, nel senso migliore del termine, ovvero equilibrata, profonda, radicata in un’etica culturale, densa ma trasparente al tempo stesso.

Con l’esperienza che la direzione dei più importanti musei italiani gli conferisce, Paolucci dichiara che il ruolo dei musei nel XXI secolo lo lascia rammaricato, poiché il museo è diventato un luogo di fruizione di massa che ha un limite enorme nella velocità, volatilità e superficialità con cui viene visitato. “La visita ad un museo ormai rientra nella categoria del tempo libero, non è più legata al concetto di cultura e di approfondimento. Il visitatore visita per lo più saltuariamente i musei, nel fine settimana o per qualche mostra molto ben pubblicizzata ed ha tempi di visita contingentati. Vede un quadro dopo l’altro, ma non ne osserva attentamente nessuno e non ricorderà nulla dei colori, delle forme, delle tecniche, dei motivi che l’hanno ispirato e su cui ha avuto modo e tempo per riflettere”.

Paolucci è impegnato a rinnovare il rapporto della gente con i musei e a rinnovare la funzione didattica che essi dovrebbero avere, affinchè chiunque possa capire l’essenza ed i carattere delle opere in essi conservate. Tale impostazione didattica che sembra rimandare solo all’educazione dei più giovani è invece adatta a tutti, dice Paolucci. “Se riesci a persuadere un ragazzino di 12 anni, poi puoi parlare con disinvoltura persino all’Accademia dei Lincei”.

Per Paolucci il patrimonio culturale italiano è caratterizzato principalmente da due elementi: la sua capillarità nel territorio “Chi vive a Viterbo, prima di partire per New York per visitare il Moma, dovrebbe affacciarsi nel proprio museo civico dove troverebbe uno dei quadri più belli del mondo, la Deposizione di Sebastiano del Piombo” ; e la sua complessità artistica e culturale, legata alle particolari vicende storiche mirabilmente stratificatesi nel nostro paese e che fanno di ogni borgo, di ogni sito archeologico, di ogni museo un mondo a parte. L’Italia è davvero un unico museo diffuso a cielo aperto.

Parlando di modernità, si scopre che non tutta l’arte contemporanea risponde alla funzione che, per Paolucci, l’arte dovrebbe assolvere. Se si intende l’arte solo come una particolare forma di comunicazione e di provocazione, l’arte finisce alla stregua della moda o addirittura della pubblicità, perdendo così il suo carattere distintivo. L’appagamento estetico, invece, lo stupore e la consolazione che l’ammirazione e la comprensione del bello favoriscono, non hanno altro luogo naturale che nell’arte. “È di fronte ad un Velàsquez che ringrazi Dio di avere occhi per vedere”. L’arte, secondo Paolucci, non deve rispondere perciò ai criteri che l’imperante impostazione del marketing oggi impone ovunque. L’arte non deve essere redditizia, nel senso economico del termine. “Io credo che la vera redditività di un museo consista nella capacità di trasformare un uomo in un cittadino, nella sua azione di preparazione alla complessità. Il grande incommensurabile profitto che danno i musei consiste nell’incivilimento. Un cittadino incivilito, cioè più colto, più consapevole, più capace di analisi e di approfondimento è anche un operaio più bravo, un impiegato più efficiente, un dirigente più responsabile. Questo nessuno lo calcola ma il vero profitto creato dall’arte è proprio questo. Ci sono dei settori dello Stato come i Beni culturali, la scuola e la sanità che saranno sempre in perdita in qualche modo. Sono infatti dei servizi resi alla collettività che non si possono misurare nei termini economici della parità di bilancio o addirittura del profitto. Il loro utile può essere anche in negativo dal punto di vista finanziario ma non lo è dal punto di vista dell’educazione, della salute dei cittadini, della conservazione del patrimonio, dell’identità culturale delle nazione”.

Di fronte ai tagli che tutto il mondo della cultura sta subendo in Italia, Paolucci sembra drammaticamente lucido. Si dovrebbero tagliare gli sprechi e i privilegi di chi amministra, auto blu, duplicazioni locali di corpi di polizia, impiegati nullafacenti, consulenze esternalizzate. Bisognerebbe invece investire nella Cultura e farla diventare sul serio il motore dello sviluppo italiano, puntando su alcuni assi cardinali:

– la formazione “Per scrivere Guerra e pace sono bastati a Tolstoj solo carta e penna, quel che costa è la formazione di un altro Tolstoj ed è lì che non si può risparmiare”;

– lo svecchiamento della pubblica amministrazione “Aprirei di nuovo i concorsi, costi quel che costi, per investire nei talenti giovani che non devono più essere costretti a fuggire ed anche per non far morire di senescenza le Soprintendenze che, nonostante tutto, sono ancora le migliori d’Italia”;

– il rispetto della Costituzione “L’art. 9 della carta costituzionale stabilisce che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il patrimonio artistico. I padri costituenti intendevano che fosse lo Stato centrale a tutelare il patrimonio nazionale. Con il federalismo questo meccanismo rischia di naufragare. Se la nomina dei Soprintendenti dovesse diventare regionale ciò metterebbe la gestione del patrimonio culturale sotto la pressione dei governatori regionali per motivazioni politico-elettorali, per la troppa vicinanza con gli interessi particolari. Invece è bene che il Soprintendente sia un autocrate statale, lontano dai localismi e distaccato da essi” così se un sindaco vuol fare un parcheggio in una piazza storica, il Soprintendente lo blocca in nome del fatto che quella piazza si trova in un paese, di una provincia, di una regione, ma è un bene nazionale!

Breve biografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Paolucci

di Giovanna FALASCA

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