Accampamenti preistorici in quota. Il sito di San Lorenzo (Civitanova del Sannio, Isernia) nell’Appennino molisano

Ricostruzione dell’ambiente naturale di San Lorenzo e della frequentazione umana durante la fase finale del Mesolitico (disegno: M. Cutrona)

Nel quadro delle evidenze preistoriche che caratterizzano il territorio molisano, il sito di San Lorenzo, situato nel comune di Civitanova del Sannio, in provincia di Isernia, ha assunto, nel corso delle ricerche condotte negli anni, un’importanza rilevante per la comprensione delle strategie adattative all’ambiente montano delle comunità preistoriche.

Il sito si inserisce all’interno di un’ampia vallata, a circa 1.100 m sul livello del mare, circondata da alture che raggiungono in media 1.200 metri, fino alla quota massima di 1.422,2 m con il massiccio de “La Montagnola”, geologicamente caratterizzato da rocce di origine carsica. Tale ambiente diventa continentale intorno ai 35 milioni di anni fa, quando agenti geomorfologici, come la tettonica distensiva, portano alla creazione di conche inframontane. In una fase successiva, molto probabilmente nel Pliocene superiore, le valli si trasformano in bacini con sedimentazioni fluviali e il versante carbonatico evolve per disgregazione, arretrando. Si ha così la creazione di fasce di aggregazioni pedemontane che crescono durante le fasi glaciali.

L’area dell’attuale lago di San Lorenzo nel corso del Quaternario si presentava proprio in forma di bacino inframontano; lungo i suoi costoni sono state documentate evidenze archeologiche di una frequentazione prolungata nel tempo.

L’industria litica qui raccolta si compone di due principali insiemi di materiali, in totale circa 1.670 manufatti, il primo dei quali proveniente da raccolte di superficie effettuate dal Sig. Bruno Paglione, a cui si deve la segnalazione del sito, il secondo da recenti ricognizioni e da un sondaggio di verifica stratigrafica condotti dai ricercatori dell’Università di Ferrara, in collaborazione con l’Università del Molise, nell’estate del 2005.  Nell’estate del 2009 è seguita un’ulteriore verifica, i cui reperti raccolti, sono attualmente in corso di studio.

Le prime raccolte

La collezione di reperti riferibili alle prime raccolte è composta da 1.325 reperti litici. Ne fanno parte 38 nuclei, 1.198 prodotti e sotto-prodotti della scheggiatura, 82 manufatti modificati dal ritocco e 6 residui di strumenti a ritocco erto. Vi si associano due piccoli frammenti di ceramica ad impasto grossolano. L’industria risulta prodotta a partire da un’ampia varietà di litotipi silicei, sulla cui provenienza sono in corso indagini. Sono prevalenti le selci opache ed organogene, a tessitura grossolana, associate in minore misura a selce diafana omogenea. L’analisi dei nuclei evidenzia il frequente utilizzo, quali supporti di partenza, di schegge spesse o blocchetti caratterizzati dalla presenza di piani di frattura naturali, più raramente di ciottoli e, solo sporadicamente, di arnioni a cortice calcareo.

Già in parte oggetto di un precedente studio, questa collezione costituisce un complesso eterogeneo. La selezione e l’analisi, nell’ambito dell’insieme esaminato, degli elementi diagnostici ha consentito di distinguere almeno tre principali gruppi di manufatti, presumibilmente riferibili a momenti diversi di frequentazione del sito.

Il primo, apparentemente meno numeroso, comprende alcuni nuclei e prodotti ascrivibili a modalità di sfruttamento Levallois, a cui si associano elementi ritoccati su supporti Levallois e non, fra cui alcuni raschiatoi. Tali caratteri consentono di riferire l’insieme al Paleolitico medio.

Un secondo gruppo è rappresentato da un numero più consistente di manufatti che riconducono, ad un débitage lamino-lamellare finalizzato alla produzione di prodotti regolari e standardizzati, con bordi paralleli rettilinei e sezioni perlopiù triangolari o trapezoidali, per i quali è documentato l’impiego della tecnica di percussione indiretta/pressione, a cui si associa l’utilizzo della percussione diretta con percussore tenero organico o in pietra tenera.

San Lorenzo, vecchie raccolte: lamelle denticolate (nn. 1-3); grattatoi (n. 4, 7, 10); raschiatoi (nn. 5, 6, 8-9); lama a dorso (n. 11); foliato (?) (n. 12); denticolati (elementi campignanoidi?) (nn. 13, 14); trapezio (n. 15); lamella a dorso e troncatura (n. 16); microbulini (nn. 17-20) (disegni: D. Mengoli; grand. nat.)

I nuclei sono a prevalente sfruttamento unidirezionale, perlopiù frontale sulla faccia larga, con preparazione dei fianchi e del dorso. Le operazioni di gestione delle convessità sono attestate dalla presenza di lame estratte dai fianchi, neo-creste realizzate in corso di débitage e tablettes. In questo insieme dominano le selci lucide o opache a tessitura fine. La presenza di un geometrico (trapezio isoscele su lamella a sezione trapezoidale regolare con troncatura distale ottenuta con la tecnica del microbulino), un dorso e troncatura di dimensioni microlitiche, alcune lamelle denticolate (cfr. Montbani), alcuni microbulini (due semplici ed uno a dorso) e due incavi adiacenti a frattura, in associazione ai caratteri tecnologici sopra descritti, sembrerebbero inquadrare questi materiali nell’ambito di una fase antica del Neolitico, con elementi di tradizione castelnoviana o nella fase recente del Mesolitico stesso (Castelnoviano).

Infine, un terzo raggruppamento comprende elementi riferibili ad un débitage poco curato, tendenzialmente laminare unidirezionale che sfrutta essenzialmente blocchetti o schegge spesse, impostandosi su angoli e convessità naturali, con frequente ricorso a cambiamenti di piani di percussione. I nuclei risultano debolmente sfruttati e abbandonati in seguito a incidenti di scheggiatura. Vi rientrano prodotti scarsamente standardizzati e, probabilmente, una serie di elementi ritoccati, riferibili prevalentemente alla famiglia dei bulini e al substrato, oltre ad alcuni abbozzi di strumenti campignanoidi e di un foliato. E’ possibile che questo insieme sia associabile a quello precedente, come verrà discusso più avanti.

Alla frequentazione di epoca più recente sono sicuramente da riferirsi anche alcuni bulini, essenzialmente di tipo semplice, grattatoi su lama o sotto-prodotti laminari di tipo frontale e a muso, probabilmente alcune lame raschiatoio a ritocco marginale e profondo e troncature su lama-lamella.

Le raccolte recenti e il sondaggio

Nel corso delle prospezioni e del sondaggio effettuato nell’estate 2005 in località San Lorenzo sono stati rinvenuti 210 reperti litici, fra cui 6 nuclei, 193 prodotti e sotto-prodotti e 11 manufatti ritoccati, oltre ad alcuni frammenti ceramici.

L’insieme esaminato, benché limitato numericamente, risulta complessivamente coerente. Le caratteristiche tecnologiche rilevate sui nuclei e sui prodotti fanno riferimento ad un metodo di débitage laminare, con impiego sia della tecnica di percussione diretta, sia di quella indiretta/pressione, questa ultima, più rara, meglio documentata sui nuclei che sui prodotti. In particolare, sono stati riconosciuti 4 nuclei a lamelle, di cui due a morfologie piramidali, stacchi ortogonali o opposti per la gestione delle convessità e piani di percussione faccettati, presumibilmente ottenuti con tecnica a percussione indiretta/pressione. Un altro appare notevolmente sfruttato e presenta due superfici di scheggiatura opposte non complanari e piani di percussione lisci, con tracce di ravvivamento. L’ultimo risulta caratterizzato da pochi distacchi lamellari a partire da un piano liscio, sfruttando superfici naturali. Infine, i restanti due nuclei, scarsamente elaborati, sono realizzati a partire rispettivamente da una scheggia e da un frammento e presentano stacchi unidirezionali a partire da superfici naturali. Questi ultimi risulterebbero lavorati con tecnica a percussione diretta.

I prodotti sono rappresentati, invece, principalmente da schegge laminari, lame e lamelle mentre fanno parte dei sotto-prodotti, più numerosi rispetto ai primi, diversi elementi di gestione, in particolare lame di cintrage o schegge/lame di mantenimento della superficie di scheggiatura.

I manufatti ritoccati sono prevalentemente realizzati a partire da schegge o grandi lame spesse e sono rappresentati da due grattatoi denticolati, un frammento di strumento a ritocco semplice su scheggia spessa, a ritocco unilaterale bifacciale e una lama-raschiatoio doppia ad ampi ritocchi inversi invadenti che richiamano morfologie campignanoidi, un frammento di strumento a ritocco semplice su lama spessa, una scheggia a ritocco erto bilaterale inverso e un raschiatoio trasversale su piccola scheggia. Sono, inoltre, ottenuti da prodotti lamino-lamellari, una lama a dorso marginale e un frammento di lamella a ritocco erto marginale mediano, una troncatura e un incavo adiacente a frattura su lamella.

Questi aspetti suggeriscono un’attribuzione di questo insieme ad una fase antica del Neolitico, come potrebbe supportare anche la presenza di alcuni elementi ceramici, molto frammentari e in stato di conservazione non certo ottimale, che potrebbero – seppur con  una certa cautela – rientrare nelle produzioni degli aspetti a ceramica impressa dell’Italia centro-meridionale (A. Pessina, comm. pers.).

San Lorenzo: un sito in quota ripetutamente occupato sin dall’epoca preistorica

L’analisi dell’industria litica individuata in località San Lorenzo ha consentito di evidenziare almeno due principali fasi di frequentazione dell’area. Il momento più antico, apparentemente meno significativo sulla base del numero degli elementi individuati, è stato identificato solo attraverso l’analisi dei materiali provenienti dalle prime raccolte. Questo risulta riferibile ad una frequentazione da parte dell’uomo di Neandertal durante il Paleolitico medio, secondo l’accezione cronologica recentemente proposta per questo periodo.

Il momento più recente, riconosciuto sia nella collezione Paglione, sia fra i materiali provenienti dalle recenti raccolte, per quanto i due insiemi non presentino caratteri esattamente sovrapponibili, appare attribuibile ad una fase antica del Neolitico. Tuttavia, la presenza di elementi di tradizione castelnoviana non consente di escludere totalmente una frequentazione già a partire dal Mesolitico recente, da parte degli ultimi cacciatori-raccoglitori. Le informazioni riferibili alla presenza di questi ultimi nel sud della penisola appaiono purtroppo molto limitate.

I caratteri più salienti dell’insieme cronologicamente più antico sono rappresentati dalla presenza di prodotti e residui del metodo di lavorazione Levallois e da alcuni raschiatoi, talvolta su supporti levallois a ritocco semplice localizzato sia in posizione laterale, sia trasversale.

Per quanto riguarda l’industria riferita alla frequentazione di epoca più recente, olocenica, questa appare articolata in due principali insiemi. Il primo, meglio connotato ma meno consistente numericamente, soprattutto per quanto riguarda gli elementi ritoccati, è rappresentato da residui, prodotti e sotto-prodotti del metodo laminare, impostato su rigidi criteri tecnici, a partire prevalentemente da materie prime silicee a grana fine, lucida o, più frequentemente opache e in parte ottenuto con la tecnica di percussione indiretta/pressione. Il secondo, di carattere decisamente più opportunistico e non standardizzato, risulta finalizzato all’estrazione di supporti laminari e non, impiegando quasi esclusivamente selci opache, raramente  organogene con tecnica a percussione diretta. Sotto il profilo tipologico, rientrerebbero nel primo insieme, caratterizzato da stretti legami con la tradizione castelnoviana, alcuni grattatoi frontali lunghi, l’unico geometrico individuato (trapezio isoscele), alcune lame ritoccate, a ritocco semplice e denticolato ed alcuni microbulini, mentre farebbero parte del secondo diversi elementi riferibili al substrato, fra cui rari abbozzi di strumenti di morfologia campignanoide.

I confronti con contesti del primo Neolitico molisani (esclusivamente localizzati nell’ambito della valle del Biferno: Monte Maulo e Ponte Regio) sono rari e scarsamente dettagliati dal punto di vista della descrizione delle industrie litiche, ma le comparazioni effettuabili con altri insiemi dell’Italia centro-meridionale adriatica consentirebbero di riferire questi due ultimi gruppi di manufatti ad un Neolitico antico a ceramica impressa. Tali studi tendono ad identificare per l’area adriatica, sulla base dell’industria litica (non della ceramica) due aree differenziate “che sembrano svilupparsi autonomamente anche in senso diacronico”, la prima delle quali identificata come complesso delle “industrie su scheggia”, l’altra riconducibile a una tradizione litotecnica di impronta essenzialmente castelnoviana, con forte indice di laminarità, presenza della tecnica del microbulino ed elevata percentuale degli erti differenziati.

Data la natura dell’industria di San Lorenzo, proveniente essenzialmente da raccolte di superficie e le caratteristiche evidenziate dal presente studio, nel quale entrambe le componenti sopra descritte sembrerebbero presenti, risulta difficile attribuire questo insieme più recente ad uno dei due complessi riconosciuti, la cui effettiva significatività e interpretazione – l’origine viene attribuita dagli Autori a substrati di formazione diversi – sarebbe opportuno indagare ulteriormente, data l’assenza di ulteriori elementi di differenziazione.

In sintesi, le ricerche svolte a San Lorenzo hanno evidenziato che questa area ha svolto un ruolo di primario interesse per le comunità insediate sul territorio sin dalla più antica preistoria. A partire dal Paleolitico medio è stata infatti frequentata da popolazioni neandertaliane, presumibilmente in relazione al procacciamento di prede da caccia, confermando come nei periodi climaticamente più favorevoli questi gruppi abbiano raggiunto e ampiamente sfruttato i territori montani. Successivamente, l’area è stata intensamente occupata, presumibilmente in relazione allo svolgimento di pratiche legate alla pastorizia, da parte dei primi gruppi neolitici dediti ad attività di tipo produttivo. Non è certa l’attestazione nel sito anche da parte degli ultimi cacciatori-raccoglitori mesolitici, le cui capacità di adattamento ai territori montani sono ben note in tutto il continente europeo e, per quanto riguarda la penisola, soprattutto lungo l’Appennino tosco-emiliano e ligure e l’arco alpino orientale.

Federica Fontana1 & Antonella Minelli2

1Dipartimento di Biologia ed Evoluzione, Sezione di Paleobiologia, Preistoria e Antropologia, Università di Ferrara

2 Dipartimento di Scienze e Tecnologie per l’Ambiente ed il Territorio, Università degli Studi del Molise 

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