“Amsicora”, il più antico abitante della Sardegna

Il “più antico ritrovamento umano in Sardegna nel periodo di transizione tra il Neolitico e il Mesolitico, ovvero tra 10mila e 8200 anni fa”, così la professoressa Rita Melis, geoarcheologa del Dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Cagliari, definisce la scoperta dei resti umani fatta la scorsa settimana a Su Pistoccu, nella marina di Arbus, a pochi metri dalla battigia della Costa Verde, nel sud-ovest della Sardegna.
Si tratta di uno degli scheletri umani più antichi, circa 9000 anni, di tutto il bacino del Mediterraneo, “Amsicora” così è stato ribattezzato perché “è il messaggero del passato che ci rivelerà la storia delle popolazioni più antiche della Sardegna”.
La professoressa Rita Melis e la collega Margherita Mussi del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università la Sapienza di Roma, con l’autorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Soprintendenza Archeologica di Cagliari e il contributo della Provincia del Medio Campidano, hanno intrapreso una campagna in primavera con gli allievi della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Cagliari e un’ulteriore campagna archeologica ad ottobre, aiutate da Giorgio Orrù, del Gruppo Archeologico Neapolis. ”Da subito, dopo aver ritrovato le conchiglie di un corredo funerario abbiamo capito che c’era qualcosa di importante – spiega Melis – e abbiamo indirizzato le ricerche in un punto ben preciso. È stata così messa alla luce la porzione di uno scheletro”.  “Dobbiamo valutare – spiega Margherita Mussi – se si tratta di una sepoltura vera e propria oppure di una deposizione funebre di un individuo lasciato in una grotta con una serie di offerte: testimonianze queste di un rito di cui si hanno evidenze nella preistoria più antica”.
Il sito era noto agli archeologi già dal 1985, anno in cui il Gruppo Archeologico Neapolis di Guspini, in provincia del Medio Campidano, recuperò sulla spiaggia lo scheletro di un uomo di circa 40 anni, ribattezzato Beniamino, conservato poi in una teca presso la loro sede di Guspini. Lo scheletro era interamente ricoperto di ocra rossa e accompagnato da una grande conchiglia di Trion, successivamente restaurata a cura del laboratorio della Soprintendenza di Li Punti (SS), e da frammenti di ossa di Prolagus sardus, un piccolo mammifero estinto. Il prelievo “poco scientifico” e la successiva conservazione dei resti causarono danni irreparabili: “Non è stato possibile datarlo con certezza al C14 – spiega Rita Melis – perché privo di collagene”. Nel 2002 Vincenzo Santoni, allora Soprintendente ai Beni culturali di Cagliari, diede incarico alle due ricercatrici di studiare il sito.
Nella campagna di scavo del 2007 furono recuperati altri resti umani concrezionati, datati a circa 8400 anni da oggi, dal laboratorio del National Science Foundation dell’Università di Tucson, Arizona. Questa età fu confermata anche dalla datazione dei livelli carboniosi presenti nella stratigrafia del sito.Marina di Arbus
La scoperta di “Amsicora” rientra nell’ambito delle ricerche che da anni le due studiose stanno portando avanti; lo studio è volto a ricostruire il paleoambiente e il paleoclima della Sardegna e le dinamiche del popolamento delle isole del Mediterraneo durante l’Olocene. È questo un periodo di improvvisi cambiamenti climatici che influenzarono la vita delle popolazioni di allora. “Questa scoperta – prosegue Melis – ha una rilevanza internazionale perché permette di comprendere un aspetto ancora poco conosciuto del primo popolamento della Sardegna: un’isola lontana dal continente che, diversamente dalla Sicilia, non è facilmente raggiungibile e presentava una fauna selvatica caratterizzata da pochissime specie molto particolari”.
“Ora verrà portato avanti uno studio multidisciplinare – continua Melis – al fine di acquisire ulteriori informazioni sia sul contesto paleoambientale che sui rapporti diretti e indiretti con le popolazioni coeve del territorio europeo. Ad esempio l’analisi degli isotopi stabili delle ossa, peraltro molto costose, così come la ricerca del paleo Dna, permetteranno di sapere cosa mangiavano, da dove venivano e come si spostavano”.

di Sandra GUGLIELMI

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