Sono un archeologo e l’archeologia è stata per me una fonte di felicità

Perché scrivere un articolo di mio pugno quando da giorni leggo e rileggo una riflessione del Prof. Andrea Carandini, pubblicata sul Corriere della Sera del 20 settembre, e non trovo niente di più bello e di più sensato da dire sulla ricerca archeologica?

Questa settimana decido perciò di non scrivere nulla di mio, perché nulla reggerebbe il confronto di utilità e di profondità, preferisco piuttosto fungere solo da cassa di risonanza presso il pubblico dei nostri fedeli lettori per il pensiero di questo grande studioso che magari è sfuggito a qualcuno di loro.

Ecco uno stralcio di ciò che scrive Carandini sul senso del suo lavoro:

“Sono un archeologo e l’archeologia è stata per me una fonte di felicità […]  mi ha portato a scavare nel passato sepolto per dargli altra vita e così ho trovato la via d’uscita dalle tenebre, mettendo in luce la vita trascorsa. […] E’ noto che molti uomini cercano la felicità accumulando sesso, denaro, potere, distrazioni. Cercano una via d’uscita ma non la trovano, perché una felicità moderata e durevole si trova solamente capendo chi siamo e chi sono stati i nostri avi.

Puco dorme poggiando la testa sopra la coda di Lola, sua madre, riconoscendone una preminenza, ma si ricordano di essere madre e figlio? Per quanto riconosca l’intelligenza dei cani, ne dubito. Il senso delle generazioni invece è fondamentale per la memoria. Lo stesso dio è un avo, il nostro creatore…

61 generazioni ci dividono dal 27 a.C. quando Augusto fondò il principato. Quale intensità di vita nel cammino dell’umanità tra allora, quando si persero le libertà, le virtù civiche, la legge uguale per tutti e la loro riscoperta nei Comuni italiani, e nella nostra Repubblica!

Se invece vogliamo risalire più indietro alla Repubblica di Roma, quando si manifestò per la prima volta un’avversione irriducibile ai tiranni, dobbiamo scavalcare 76 generazioni.

Se la curiosità non si arrende e vogliamo risalire al tempo in cui furono inventate le città e gli Stati, in cui fu scritta l’Odissea e in cui Romolo fondò Roma, dobbiamo sormontare 83 generazioni.

Ecco il tempo minimo che dobbiamo assimilare se vogliamo conoscere noi stessi, perché, oltre a riassumere l’intera evoluzione dell’homo sapiens, svoltasi in un tempo che non oso neppure menzionare, siamo una sintesi delle civiltà umane che ci hanno preceduto.

La bambina che sarà poi Madame Rollande, moglie di un ministro durante la rivoluzione francese, morta decapitata come i suoi amici Girondini per aver rifiutato sia la tirannia di Luigi XVI che quella del Terrore, aveva appreso amore per la libertà e virtù civiche leggendo Plutarco: era l’anno 1763 e lei aveva appena otto anni. E’ stata anche la prima borghese che, non potendo contare sui privilegi riservati alla nobiltà, trovò la felicità formando se stessa nel merito.

[…] Se ci schiacciamo sul presente, viviamo una vita sola e immemore, simile a quella dei mammiferi, ma se riviviamo almeno l’ottantina di vite che ci separano dalla protostoria, allora viviamo innumerevoli altre vite, sia muovendoci in orizzontale, viaggiando nello spazio, sia muovendoci in verticale, viaggiando nel tempo. Così ad un tratto il futuro si fa ventaglio di possibilità e a noi non resta che scegliere. E scegliere significa essere liberi.

Possiamo viaggiare solo leggendo, oppure anche vedendo le magnificenze delle nostre città e dei paesaggi illesi. Ma non tutte le civiltà sono visibili. Per restituire la vita e rivedere quanto si è trasformato in strati sotto i nostri piedi, serve l’archeologo che sa smontare le azioni umane come le bacchette nel gioco dello Shanghai.

Insomma, se vogliamo vivere pienamente, dobbiamo essere consapevoli dell’intero cammino delle civiltà. L’esplorazione dello spazio ha inizio con l’Odissea. Riscoprire Ulisse in noi, esplorando ed approfondendo, andando lontano nel tempo e da casa e poi tornando ad Itaca, traendo linfa dal disordine della vita e ridandole forma, come avviene in ogni epica creazione, possedere in essenza conquiste ed errori di tutti gli uomini, eroi o uomini qualunque, preparando un futuro all’altezza delle speranze: ecco il segreto della felicità possibile, della tristezza vinta.

Quale è il dovere morale, prima che culturale, dell’archeologo? E’ quello di raccogliere i frammenti, in sé privi di significato, che giacciono sparsi in quelle borse dell’esperienza umana di cui è composto il nostro sottosuolo, per comporli in un grande racconto. Ciò implica valorizzare il noto, colmando anche le sue lacune, in modo da restituire il senso delle vite passate.

[…] e noi, nel resuscitare alla vita i morti, diventiamo più intensamente vivi, formiamo il nostro cervello, sfruttandone le infinite potenzialità ad immagine e vastità dell’avventura umana intera, diventiamo in conclusione uomini più uomini ed elevandoci a questa pienezza, possiamo esistere nel migliore dei modi, prima di diventare terra anche noi, ché altro non ci è dato. Il resto è secondario, oppure illusione.”


“di”  Giovanna FALASCA

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