Insediamenti fortificati del Molise occidentale tra alto e basso Medioevo

In questa sede si propone una sintesi delle conoscenze sulla comparsa e l’evoluzione degli insediamenti fortificati del Molise occidentale tra X e XII secolo. Più precisamente, l’arco cronologico di riferimento abbraccia il periodo dalla metà del X secolo alla fine del XII secolo, mentre l’area geografica considerata corrisponde al settore occidentale della Contea di Molise costituita alla metà del XII secolo e compresa nel Principatus Capuae. Occorre, a tal proposito, precisare come dal nostro studio siano stati esclusi gli insediamenti di Boiano, Isernia e Venafro, oggetto in passato di specifiche trattazioni e per i quali esiste un’ampia bibliografia di riferimento.

 Si tratta di un territorio geomorfologicamente accidentato e poco uniforme: da ponente verso levante i rilievi marnoso-argillosi del Subappennino si articolano in una serie di masse collinari, che si susseguono con dislivelli decrescenti sino al mare. Le vette del monte Capraro (m 1730) e del monte Fiorito (m 1278) segnano il confine settentrionale della Contea di Molise, mentre ad ovest il massiccio delle Mainarde è la barriera naturale tra il Molise e l’Abruzzo con i picchi del monte Cavallo (m 2039) e del monte Mare (m 2020); a sud il versante settentrionale della catena montuosa del Matese con il monte Miletto (m 2050) separa la regione dalla provincia di Caserta. Il confine orientale di questa porzione della Contea è costituito da un fitto sistema altocollinare, le cui cime maggiori sono rappresentate dal monte La Rocca (m 1000), nei pressi di Vinchiaturo, dal monte Vairano (m 977) presso il centro di Busso, dal monte Crocella (m 800) a Oratino, fino ai dossi più declivi che scendono verso il fiume Trigno.

 Attraverso lo spoglio dei cartulari di San Vincenzo al Volturno, di Montecassino e di Santa Sofia di Benevento è stato individuato un esiguo numero di castelli documentati la prima volta tra la metà e la fine del X secolo, undici in totale, tutti di pertinenza del cenobio benedettino di San Vincenzo, eccetto quello di Macchiagodena sotto il controllo dei conti di Isernia.

 È noto che la presenza del celebre monastero ha condizionato e, in un certo senso, frenato lo sviluppo della feudalità nel Molise sino all’arrivo dei Normanni. La costante opera di ripopolamento e di ristrutturazione del sistema insediativo condotta dai monaci in buona parte del Molise occidentale segna un punto di svolta favorendo l’accentramento demico in un territorio caratterizzato, da un lato dall’abbandono seguito alle incursioni saracene, dall’altro da sporadici e disomogenei insediamenti sparsi.

 Il Chronicon Vulturnense testimonia l’esistenza di un castellum Samnie sin dal 945: si tratta del castello attorno al quale si costituì l’attuale comune di Castel San Vincenzo e che fu il più importante della Terra Sancti Vincentii, posto a soli due chilometri dal celebre monastero e a ridosso delle sorgenti del Volturno. Colli a Volturno e Fornelli vengono fondati per volontà monastica nel 972, Scapoli nel 982, Cerro al Volturno nel 989; tutti hanno avuto continuità di vita. Ai monaci di San Vincenzo si deve, inoltre, la fondazione di insediamenti fortificati e successivamente abbandonati in favore di posizioni maggiormente difendibili, come Cerasuolo e Colle Castellano, fondati nel 962, Vacchereccia nel 985, e di castelli, abbandonati e non più ricostruiti, quali Valleporcina, fondato nel 972, e Colle Stefano, nel 995.

 Alcuni sondaggi archeologici svolti negli anni Ottanta del secolo scorso a Colle Castellano, presso il comune di Montaquila, e a Vacchereccia, presso Rocchetta a Volturno, hanno dimostrato, attraverso il rinvenimento di materiale ceramico anteriore al X secolo (VIII-IX secolo), una frequentazione di questi siti precedente alla realizzazione delle fortificazioni.

 Le ricerche condotte nel territorio di Filignano, in località Le Mura, sul costone opposto all’attuale comune di Filignano e, più a nord, a Mennella presso Selvone, e il rinvenimento di frammenti ceramici inquadrabili tra l’VIII e il XII secolo, avvalorano questo dato.

 Un notevole incremento del numero degli insediamenti fortificati nel territorio studiato è testimoniato per l’XI secolo.

 Tra la prima e la seconda metà del secolo sono attestati altri ventisei insediamenti, dei quali sette nella sola Terra Sancti Vincentii: Montenero Valcocchiara, Rionero Sannitico, Forlì del Sannio, Acquaviva d’Isernia, Licinoso, Tenzunuso, Santa Maria Oliveto.

 Per rivendicare la propria autonomia nei confronti dei principi di Benevento e rinsaldare il proprio potere nel tentativo di ampliare il già vasto patrimonio fondiario, tra il 1045 ed il 1053, i Borrello danno inizio ad una serie di incursioni nei territori di pertinenza dei monaci volturnensi, come attesta il Chronicon, occupando Montem Nigrum, Rigu Neru, Cerrum, Aqua Viva, Tenzunusu, Licenosum.

 Molti degli insediamenti sopra citati, come Montenero Valcocchiara, Rionero Sannitico, Acquaviva d’Isernia, costituiscono ancora oggi centri abitati, mentre altri, quali Licinoso e Tenzunuso, sono stati abbandonati e di essi non è stata rinvenuta traccia.

 Per quel che si riferisce al borgo di Forlì del Sannio, sebbene la menzione della terra Foruli e di un rivum Foruli ricorra in numerosi documenti volturnensi a partire dalla metà del IX secolo, l’insediamento è oggetto di un contratto livellario solo nella prima metà dell’XI secolo.

 Santa Maria Oliveto, oggi piccolo borgo presso Pozzilli, rientra nel primo dei contratti livellari stipulati dai monaci di San Vincenzo, datato al 939; esso è relativo al dissodamento delle terre pertinenti, non alla fortificazione, ma alla chiesa di Santa Maria fondata intorno alla metà del secolo precedente. Successivamente la medesima chiesa figura in un altro livello datato al 950. La prima menzione del castrum risale, invece, al 1066, al tempo in cui l’abate Giovanni V per difendere i possedimenti del monastero nella pianura venafrana dalle incursioni normanne fa fortificare il sito.

 I restanti diciannove insediamenti attestati a partire dall’XI secolo sono: San Pietro Avellana, Pietrabbondante, Carovilli, Bagnoli del Trigno, Roccasicura d’Isernia, Pesche, Carpinone, Frosolone, Castelpetroso, Roccaravindola, Cantalupo nel Sannio, Baranello, Boscoredole, Roccapipirozzi, Sesto Campano, San Polomatese, Campochiaro, Sepino, Castelvecchio di Sepino.

 Tutti questi centri hanno avuto continuità di vita, ad eccezione di Boscoredole e Castelvecchio di Sepino, che risultano abbandonati. Per la maggior parte di essi, la principale fonte documentaria è la Cronaca di Montecassino, che rappresenta il più valido supporto nella ricostruzione del quadro insediativo dell’area studiata per l’XI secolo.

 Dai dati emersi risulta evidente, quindi, che nel processo di fortificazione del territorio della futura contea di Molise, avviato a partire dalla seconda metà del X secolo, è stato determinante, da un lato, il contributo dei monaci di San Vincenzo al Volturno, dall’altro, quello dell’aristocrazia locale, essenzialmente comitale. I conti Oderisio, Borrello e Randisio Borrello sono ben radicati nel territorio altomolisano, la Terra Burrellensis, nelle postazioni strategiche di Pietrabbondante, Carovilli, Roccasicura d’Isernia al limite settentrionale della regione e a ridosso dell’alta valle del fiume Trigno. I conti di Isernia controllano l’accidentato territorio del Sannio interno con Bagnoli del Trigno, Carpinone e Frosolone. Più a sud Baranello, San Polomatese e Campochiaro sono centri nodali della contea di Boiano lungo l’alta valle del Biferno. Lungo il confine con il territorio campano Paldo e Morino, conti di Venafro, tengono gli avamposti di Roccaravindola, Roccapipirozzi e Sesto Campano.

 La distribuzione di questi insediamenti fortificati non sembra mirata ad un controllo sistematico del territorio, ma si presenta invece a macchia di leopardo, secondo zone di pertinenza del monastero volturnense e di alcune famiglie comitali.

 Per il XII secolo i dati offerti dal Catalogus Baronum mostrano come l’intero territorio molisano fosse costellato di impianti fortificati e come questi costituissero una fitta rete di controllo dello stesso.

 Su ottantasei insediamenti esaminati, sessanta sono riportati nel Catalogus Baronum; di questi, ventinove risultano preesistenti all’arrivo dei Normanni e trentuno attestati per la prima volta.

 Le nuove attestazioni sono: Vastogirardi, Sprondasino, Montalto, Castiglione di Rionero, Castiglione di Carovilli, Castelluccio di Bagnoli, Pietracupa, Mottillo, Santa Maria dei Vignali, Pescolanciano, Chiauci, Civitanova del Sannio, Duronia, Roccavarallo, Miranda, Pericolo, Sessano del Molise, Sasso, Castelromano, Fara, Pettoranello del Molise, Casalciprano, Montaquila, Sant’Agapito, Riporso, Longano, Spinete, Mignaniello, Vinchiaturo, Guardiaregia, Valle Zampoli.

 Sono stati inoltre rintracciati alcuni castelli attestati nel XII secolo, ma non menzionati nel Catalogus Baronum.

 Si tratta di sei insediamenti: Molise, attestato nel privilegio del 1130 con il quale papa Anacleto II concede a Ruggero II la corona di Sicilia; Monteroduni, la cui prima menzione risale al 1105 nella donazione a Montecassino della chiesa di San Benedetto da parte del conte Ugo di Molise; Castelpizzuto, attestato nella bolla di Lucio III del 1182; Roccamandolfi, teatro della lotta tra Federico II e Tommaso di Molise e attestato dal 1196 nel Chronicon di Riccardo di San Germano; San Massimo, attestato in un atto di conferma di donazione nel 1113 e Rivogualdo, insediamento oggi scomparso, menzionato in una donazione di Ugo di Boiano del 1113 all’abbazia di Santa Sofia di Benevento.

 L’analisi della disposizione degli insediamenti fortificati ha evidenziato come essi siano ubicati prevalentemente sui versanti montani, privilegiando gli speroni rocciosi e i picchi calcarei, che caratterizzano l’accidentata orografia regionale. La posizione di sommità, naturalmente difesa, consentiva infatti il buon controllo del territorio, delle valli, dei valichi, delle aree pianeggianti.

 Sono state individuate diverse tipologie di impianti: il recinto fortificato di piccole e grandi dimensioni, la torre, il borgo murato, il castello-residenza con borgo.

 Tra i recinti si riscontrano diversi esempi. Riporso, un sito abbandonato, costituito da un recinto rettangolare di circa m 20 x 40 con l’impianto del torrione quadrangolare posto nell’angolo nord-occidentale. La Rocca di Oratino, con la torre quadrangolare, ai piedi della quale, verso sud-est, resta tagliato nella roccia l’alloggiamento di una porta collegata al circuito che cingeva il piccolo insediamento fortificato e che ricalca parzialmente mura poligonali preromane. Il castello-recinto di Pesche, a pianta trapezoidale, conserva nell’angolo nord-occidentale il mastio costituito da un torrione merlato posto al vertice della fortificazione preceduto da due torri semicircolari affrontate, una ad est, l’altra ad ovest, impostate sul pendio naturale della roccia; quattro torri di dimensioni minori sono individuabili nella fitta vegetazione lungo le mura di cinta, due mediane e due angolari sui lati settentrionale e orientale; la torre nell’angolo sud-orientale si conserva integralmente poiché è stata adattata a colombaia; è probabile che altrettante torri fossero presenti anche sul lato meridionale e su quello occidentale, distrutte e obliterate dalle successive cellule edilizie. Il castello di Roccamandolfi, le cui mura seguono l’andamento del banco roccioso sottostante, che degrada sensibilmente verso sud; la cortina è articolata con tratti rettilinei e cinque torri sporgenti dalla scarpa della cortina stessa; sui lati settentrionale e occidentale, dove le pareti rocciose sono a picco, le murature sono verticali, prive di elementi a sporgere; due torri circolari occupano, invece, gli angoli occidentale ed orientale, tre torri semicircolari si affacciano a sud, le cosiddette torri ‘a cavaliere’, di cui in Molise restano altri due esempi nel castello di Termoli e in quello di Tufara; una rampa precede il presunto ingresso al castello posto sul lato sud-orientale, varcato il quale ci si immette in un ambiente a pianta rettangolare controllato dalla torre circolare orientale e, da qui, in un grande edificio quadrangolare, il mastio, che occupa circa metà della superficie dell’intera rocca. Il castello-recinto di Roccapipirozzi costituito da un recinto fortificato a pianta approssimativamente triangolare, le cui massicce mura perimetrali sono innestate direttamente sul banco di roccia al vertice del colle; una grande torre cilindrica, il mastio, del diametro esterno di oltre  6 m e un’altezza che in origine doveva superare i 15 m, si trova a cavallo del lato occidentale delle mura del recinto; una torre circolare con base a scarpa di dimensioni inferiori si trova nell’angolo sud-orientale, mentre l’impianto di un’altra torre circolare di dimensioni minori è riconoscibile all’esterno del recinto, in prossimità del fronte occidentale.

 Va infine segnalato il ritrovamento di torri isolate, come quella di Santa Maria dei Vignali posta sulla sommità di un dosso collinare a ridosso del tratturo Castel di Sangro-Lucera o quella di Boiano posta a valle lungo il tratturo Pescasseroli-Candela.

 Tra gli esempi di borgo murato il caso più emblematico è costituito da Vastogirardi caratterizzato da una cinta muraria che racchiude un’ampia corte. Si tratta di un nucleo ancora abitato con il palazzo, ove un tempo risiedeva il dominus, e la chiesa di San Nicola di Bari, che si trova nel punto più elevato del borgo, in posizione simmetrica rispetto alle due porte di accesso; la residenza signorile, invece, nasceva riadattando il corpo di guardia che doveva essere presente a difesa della porta di accesso al borgo, sul lato nord-occidentale; le mura che cingono il borgo sono caratterizzate da un’altezza costante, frutto dell’adattamento alla conformazione geomorfologica del sito; l’orizzontalità delle mura stesse è spezzata dalla presenza di tre torri: una rompitratta a pianta circolare posta sul lato settentrionale e due angolari, una circolare nell’angolo orientale del recinto e la torre presso la porta principale di accesso al borgo, nell’angolo nord-occidentale, a pianta poligonale.

Il borgo di Colli a Volturno, dedicato a San Michele Arcangelo, è difeso da un circuito murario direttamente impostato sulla roccia. Si conservano alcune parti delle mura e di una torre circolare probabilmente riferibili alla fase bassomedievale del circuito, al quale si addossano moderne cellule edilizie.

Il borgo murato di Santa Maria Oliveto è caratterizzato da una lunga cerchia di mura dello spessore di circa 3 m, rinforzata da torri circolari e semicircolari, che cingeva il nucleo abitato e andava a congiungersi con il mastio posto nel punto più alto del colle. La pianta dell’insediamento segue la conformazione naturale della cima della collina a circuito ovale: sul versante orientale si apre la Porta Saracena affiancata da due torri semicircolari; sul versante settentrionale della cinta muraria si contano sei torri, distanti tra loro dai 20 ai 30 metri; nella parte mediana del lato meridionale del circuito murario non restano tracce di torri, ma in questo punto saliva, come sale ancora oggi, il ripido sentiero, che collegava il nucleo urbano alla valle sottostante.

 Esiste, infine, la tipologia del castello-residenza con borgo, che costituisce quella maggiormente diffusa.

 L’analisi delle strutture murarie del castello di Cerro a Volturno ha permesso di riconoscere l’impianto del primitivo nucleo fortificato, costituito da un recinto quadrangolare, impostato direttamente sulla roccia e difeso da due torri quadrate, una più piccola nell’angolo orientale e l’altra più grande nell’angolo occidentale con funzione di mastio, entrambe ancora riconoscibili nel tessuto murario del maniero, profondamente trasformato in età rinascimentale. Il castello di Carpinone, nell’attuale versione rinascimentale, presenta i caratteri di una residenza fortificata, che ha subito molteplici trasformazioni e ricostruzioni. L’edificio, a pianta pentagonale, si imposta direttamente sullo sperone di roccia, cinto a valle, sul versante settentrionale, dal fiume Carpino. L’ingresso, sul lato meridionale, notevolmente più corto degli altri, è difeso da due torrioni cilindrici di età angioina, ma in gran parte ricostruiti in anni recenti. La grande torre quadrangolare nell’angolo nord-orientale del castello di Macchia d’Isernia, munita di un possente bastione a scarpa, è quanto resta del primitivo impianto normanno ampliato in età angioina; essa fu inserita nella più ampia e articolata residenza feudale nel corso del XV secolo. Il nucleo più antico di Monteroduni corrisponderebbe al complesso di edifici che sovrastano la porta falsa, dove si riconosce l’impianto di una torre quadrangolare; da qui si innestava una cinta muraria, probabilmente corrispondente alle mura del giardino dell’attuale castello. Quando in età rinascimentale la fortezza viene trasformata in castello-residenza, protetto da quattro torrioni angolari, il piccolo nucleo medievale varca i confini originari.

 Il lavoro di catalogazione di tali manufatti è stato, per forza di cose, condizionato dal processo di saturazione degli spazi urbani e di parcellizzazione dell’edificio castellano, che ha determinato la trasformazione, in taluni casi la completa cancellazione, del castello originario. Generalmente esso, o ciò che ne rimane, occupa una posizione preminente all’interno dei centri abitati con un forte valore di impatto visivo sul territorio circostante.

 Lo studio della disposizione topografica dei castelli oggetto di questa ricerca ha evidenziato come essi siano posti per lo più a ridosso dei tratturi, dimostrando che, seppur in stato di parziale abbandono, i grandi percorsi protostorici della transumanza abbiano continuato a rappresentare, nel Medioevo, il principale sistema di comunicazione della regione, da sempre condizionato dall’aspra morfologia.

 Un gruppo di fortificazioni fiancheggia il diverticolo della via Latina, che provenendo da Cassino, all’altezza di San Pietro Infine piegava attraversando la pianura venafrana, entrava nel Sannio e raggiungeva Isernia; da ciò si evince che il diverticolo era ancora un’arteria vitale. A ridosso dell’asse di collegamento tra l’alto Sannio e il basso Lazio, la via Isernia-Atina, che, sfruttando la valle del Rio San Pietro e del Rio Acquoso, affluenti del Volturno, s’incunea nel massiccio delle Mainarde, si trovano quattro castelli. Si riscontra, quindi, un sostanziale riuso della viabilità di età romana.

 Tramite il confronto tra i dati forniti dalla toponomastica e quelli offerti dalle fonti documentarie è stato possibile rintracciare altri elementi che consentono di ampliare la ricostruzione dei principali percorsi viari utilizzati nel corso del Medioevo nel territorio oggetto di questa indagine.

 La via Francisca incrociava il ramo della via Latina, Venafro-Isernia (attuale SS 85), citato come via Silice, nell’area compresa tra il fiume Volturno e il torrente Triverno. Correndo nei territori di Roccaravindola, Montaquila e Colli a Volturno la strada metteva in collegamento l’area del complesso monastico volturnense con l’asse Venafro-Isernia a sud e la via Minucia Castel di Sangro-Benevento a nord.

 Le fonti documentano che la via Serniese o Sergnese dal fonte di Sant’Andrea, a sud di Pietrabbondante, scendeva attraversando il bosco di Monte Lupone fino ai confini con il comune di Chiauci e raggiungeva Isernia.

 In conclusione, è possibile affermare che il processo di fortificazione del Molise occidentale, avviato dalla seconda metà del X secolo, si affermò pienamente solo in età normanna, quando cioè sorsero i castelli e i borghi che hanno generato gli attuali paesi. Sul piano topografico è evidente come tali insediamenti rivestissero un ruolo nevralgico a ridosso della viabilità, lungo i valichi e le valli fluviali in funzione di un controllo capillare e ramificato del territorio.

di Gabriella DI ROCCO

Il castello di Carpinone (foto G. Di Rocco).

Share
Questa voce è stata pubblicata in Archeologia, Archeologia Molise. Contrassegna il permalink.