Un secolo dalla scoperta di Machu Picchu

Il 24 giugno 1911, in Perù, l’esploratore americano Hiram Bingham, dopo una lunga marcia, arriva sulla sommità di una montagna accompagnato da un ufficiale peruviano e un giovane abitante della regione. “Ci aprivamo un cammino attraverso la foresta vergine (…) quando all’improvviso mi sono ritrovato di fronte a muri di edifici in rovina costruiti grazie ad un lavoro scrupoloso degli Incas”, racconta nel suo libro del 1948 dedicato alla sua “scoperta” (La Fabuleuse Découverte de la cité perdue des Incas, Pygmalion, ristampa 1998).  “Mentre esaminavo i grandi blocchi della parte inferiore e calcolavo che dovevano pesare tra le 10 e le 15 tonnellate ciascuno, non potevo credere ai miei occhi. Qualcuno poteva convincersi di ciò che avevo appena scoperto? Fortunatamente (…), avevo una buona macchina fotografica ed il sole splendeva”, annotava ancora Hiram Bingham. I suoi scatti occuparono, nel 1913, l’intero numero della rivista National Geographic. Il suo racconto inedito e le foto delle rovine impressionano. E’ nato un mito, quello del santuario inca del Machu Picchu (“vecchia montagna” in quechua”). Cento anni più tardi in Perù, il sito è, durante tutto il mese di luglio, al centro di festeggiamenti e di simposi. Il paese ha dichiarato il 2011 “l’anno del centenario del Machu Picchu … Per noi, è un modo di ricordare la scoperta scientifica che ha fatto conoscere questa meraviglia”, assicura il presidente della Repubblica, Alan Garcia.

Situato a 2400 metri di altezza su una montagna che sovrasta la valle sacra dell’Urubamba, a 120 chilometri da Cuzco, nel sud-est del Perù, il Machu Picchu con la sua cittadella con schema planimetrico molto organizzato sembra appoggiato sul piede del maestoso monte Huayna Picchu. Il perfetto stato di conservazione della città che si distende su dieci ettari ha da sempre intrigato gli scienziati che si estasiano ancora guardando gli enormi blocchi che costituiscono i famosi muri incas. Attraverso i suoi scritti, Hiram Bingham ha consolidato la sua immagine di esploratore al punto da aver ispirato il personaggio di Indiana Jones; tuttavia la figura di questo professore di storia è sempre più contestata. Si sa ormai per esempio che il Machu Picchu non è mai stato veramente una “ciudad perdida”. “Nel 1911 il sito era integrato pienamente nel territorio nazionale”, afferma la storica peruviana Mariana Mould de Pease.

Nei suoi primi taccuini di viaggio, Bingham confessa di aver seguito la pista che gli avevano dato gli abitanti del posto. Nel 1913, riconosce di aver dovuto cancellare la firma di visitatori peruviani che aveva trovato su 23 muri del sito. Si sa oggi che si trattava del nome di Agustin Lizarraga, un proprietario terriero di Cuzco che aveva visitato il santuario nel 1902.

“Tra il XVI ed il XIX secolo, i nomi di Huayna Picchu e di Machu Picchu appaiono chiaramente nei registri notarili”, indica ancora lo storico Donato Amado Gonzales, del programma Qhapac Nan dell’istituto nazionale culturale di Cuzco. Nel XIX secolo molti viaggiatori, tra cui il francese Charles Wiener, menzionano il Machu Picchu.

Sempre nello stesso periodo molte carte localizzano già il sito inca. L’americano Paolo Gréer ha ritrovato un documento di un ingegnere tedesco che indicava già dal 1874 il nome di Machu Picchu. Gréer ha  scoperto anche un’altra carta dello stesso anno, che fa  riferimento al “Huaca del Incas” (huaca è un termine quechua con cui gli inca definivano luoghi, oggetti o esseri animati ritenuti sacri, il vocabolo huaca viene letteralmente tradotto con la parola idoli). Si tratta di un disegno di un ingegnere tedesco, August Berns, che indica una zona a pochi passi dal santuario. Per Paolo Gréer  non c’è nessuno dubbio “Berns ha avuto accesso al Machu Picchu e ne avrebbe approfittato per saccheggiare il luogo”. “Molti cercano di sapere chi ha scoperto il Machu Picchu, ma è aneddotico”, indica la specialista in studi andini Yazmin Lopez Lenci. Per lei, la “scoperta del 1911” fa parte di un processo più vasto avendo permesso di “inventare” il Machu Picchu come un simbolo, un’icona. Nel suo libro “El Cusco, paqarina moderna” (Instituto nacional de cultura, 2007),  insiste sul contesto dell’inizio del XX secolo che avrebbe facilitato l’ “apparizione” di Machu Picchu sul piano internazionale. In quegli anni il panamericanesimo era ormai consolidato e gli Stati Uniti cercavano di stabilire nuove relazioni coi paesi dell’America latina per comprendere meglio la loro identità. “Era l’inizio dell’archeologia”, dichiara la Lopez che sottolinea “il Machu Picchu non è allora solamente un emblema per il Perù ma anche per gli Stati Uniti che vedono nel sito inca un simbolo della vecchia America”. La personalità di Hiram Bingham ha fatto il resto. “Era un grande comunicatore”, dice Mariana Mould Pease. La sua personalità è stata sopravalutata? Assolutamente no, rispondeva lo storico Daniel Buck nel 2008.  In un articolo scriveva che l’americano ha giocato un ruolo essenziale facendo del Machu Picchu uno dei siti più importanti al mondo. “Riflettere sulla storia del Machu Picchu è un modo di realizzare un’operazione storiografica per capire il significato reale di un luogo al di là del mito”, spiega il direttore dell’istituto francese degli studi andini (IFEA), Georges Lomné che constata che nel caso del Machu Picchu, e più generalmente della città di Cuzco, “il mito inca schiaccia tutto.” “Il Perù ha una storia di migliaia e migliaia di anni di cui si tiene poco conto al cospetto di un secolo, il XV, che è il secolo degli Incas”, rimpiange Lomné. Dunque la tendenza scientifica attuale è di dare al Machu Picchu la sua autentica dimensione storica. Chi l’ha costruito? A che cosa serviva? In un primo momento Hiram Bingham ha ripetuto più volte che la cittadella era stata la “culla del civiltà inca” per poi trasformarla come “ultimo rifugio inca”. Affermazioni rifiutate da Richard Burger, il direttore degli studi archeologici a Yale che dopo ventotto anni di ricerca dichiara “è tutto ancora da dimostrare”. Si legge spesso che il luogo era abitato dalle Vergini del Sole, donne selezionate per produrre i vestiti per loro marito, il Dio sole. Circolano anche altre ipotesi ma la più diffusa è quella di Richard Burger. “Machu Picchu era un sito di riposo per l’imperatore, per il suo “panaka”, (la famiglia), e i per i suoi invitati, per sfuggire alle pressioni politiche di Cuzco”, ipotizza l’americano, convinto che il santuario è stato costruito intorno al 1450 dagli uomini di Pachacutec che regnò dal 1438 al 1471 e che, a forza di conquiste, ha formato un vero e proprio impero”. Burger stima che questo palazzo avrebbe potuto ospitare tra le 500 e le 600 persone “C’era una forte presenza religiosa sul sito ma non era l’attività dominante.”

Da allora perché il sito sarebbe stato lasciato in abbandono all’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo? Una cosa è sicura per Donato Amado Gonzales che si basa sui registri spagnoli per le imposte  “Nel 1595 vivevano nel villaggio solo quattro famiglie”. Perché sono rimaste? Le ipotesi aumentano. C’è ancora molto da studiare e da scoprire perché ad oggi è stato investigato solo il 20% del sito inca.

di Giuseppe LEMBO

Share
Questa voce è stata pubblicata in Archeologia, Archeologia Mondo, Eventi e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.