In Armenia la più antica cantina vinaria del mondo

Siamo nella provincia armena di Vayotz Dzor, una regione al confine con l’Iran e la Turchia, in un canyon ricco di grotte naturali. Il sito è quello di Areni-1, già noto come necropoli rupestre, dove recentemente il gruppo di ricerca della University of California di Los Angeles e dell’Università irlandese di Cork, co-diretto dagli archeologi Gregory Areshian e Boris Gasparyn, ha trovato reperti chiaramente riconducibili ad attività di pigiatura, fermentazione e conservazione del vino. Niente di nuovo, se non fosse che tale sito è stato datato dagli archeologi a circa 6000 anni fa e quindi risulta decisamente più antico di tutte le altre testimonianze di questa attività.

Raspi e semi di uva, strumenti legati alla vinificazione, recipienti di ceramica e in gesso con tracce di vino, infatti, sono stati trovati anche altrove, per esempio in Egitto e in Israele, ma risultano decisamente molto più tardi!

Cosa precisamente è stato trovato ad Areni-1?

Un  bacino di argilla cruda pressata, ampio circa 1 m quadrato e con i bordi rialzati su cui veniva versata l’uva per essere pigiata con i piedi, il bacino era costruito con una leggera inclinazione in modo che il contenuto liquido scaturito dalla pigiatura defluisse facilmente in un ampio contenitore sottostante, un “tino” profondo una sessantina di centimetri, della capacità di circa 50 litri dove doveva avvenire la fermentazione del mosto. L’atmosfera fresca ed asciutta della grotta era perfetta per una cantina vinaria! Sono stati trovati anche raspi e semi di vite sparsi sul pavimento dell’ambiente e piccoli vasi in ceramica, una coppa cilindrica ricavata in un corno animale, una ciotola e frammenti di altri recipienti in ceramica.

I reperti sono stati sottoposti ad analisi di laboratorio per definire la natura dei residui che essi contenevano. I risultati sono stati chiari: sono stati infatti individuati un pigmento tipico dell’uva chiamato malvidina, appartenenete alla famiglia dei flavonoidi a cui è dovuto il colore rosso del vino, il contenuto è quindi certamente identificabile con il vino, prodotto, come hanno scoperto i paleobotanici, a partire dalla stessa varietà di vitis vinifera sativa usata ancora oggi e che quindi dobbiamo ritenere a quella data già addomesticata.

Si stanno attualmente facendo analisi del DNA dei resti vegetali individuati ad Areni-1 per paragonarli alle coltivazioni attuali e sembra che il bacino genetico della specie sia proprio quello delle montagne di Armenia e Georgia che possono perciò essere considerate la culla della viticoltura. Non a caso già gli autori antichi citavano i vini prodotti in questa zona: Omero nell’Odissea racconta dei vini profumati e frizzanti della Colchide (oggi Georgia occidentale) e Apollonio Rodio nella Argonautiche racconta della fontana di vino trovata dalla spedizione greca nel palazzo del re Aieti, sempre in Colchide, e della grande vite all’ombra della quale si riposarono gli Argonauti!

La scoperta è importante inoltre perchè la produzione vinaria costituisce la prova di una significativa innovazione agronomica tra le popolazioni preistoriche. Conoscere e controllare il ciclo vitale della pianta, selezionare la varietà più produttiva e addomesticarla, conoscere i metodi di cura da malattie e parassiti, sperimentare, capire e poi sistematizzare i processi produttivi del vino, sapendo dosare la quantità di acqua per il “taglio” del mosto, l’uso di resine per la conservazione del liquido già fermentato… presuppone capacità e competenze molto sviluppate che fanno tra l’altro pensare ad un tipo di produzione su larga scala.

Le analisi al radio-carbonio hanno permesso di circoscrivere la datazione tra il 4.000 e il 4.100 a.C. cioè in un periodo in cui gli uomini delle montagne del Caucaso stavano iniziando a sostituire definitivamente gli utensili di pietra con quelli di metallo.

La cosa interessante, inoltre, è che nella grotta, come abbiamo detto, sono state trovate una ventina di tombe proprio intorno agli apprestamenti vinari e probabilmente la produzione del vino è da mettere in stretta connessione con i riti funerari svolti nella necropoli. Sull’identità dei più antichi vinificatori del mondo rimane grande incertezza, ma sappiamo che erano già caratterizzati dal punto di vista culturale, infatti, l’uso del vino è rivelatore: cambia i modi di interazione sociale, sciogliendo i freni inibitori e permettendo comportamente irrazionali, spesso così vicini alla sensibilità magica degli uomini preistorici, sia in ambito religioso che funerario e la loro cultura evidentemente comprendeva rituali in cui si beveva per onorare i defunti o per entrare in stati di ebrezza/estasi utili alla loro evocazione. Non a caso intorno e dentro le tombe sono state trovate coppe potorie e questo depone fortemente per la pratica di rituali funerari connessi con l’uso di sostanze alcoliche, ben noti in tutto il mondo.

di Giovanna FALASCA

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