Peter Levi, poeta dell’archeologia

Ottant’anni fa nasceva a Ruilsip, nella contea inglese del Middlesex, Peter Chad Tigar Levi (16 maggio 1931 – 1 febbraio 2000). Intellettuale eccentrico e proteiforme, fu nella sua vita sacerdote, poeta, archeologo, giornalista, biografo, traduttore, professore universitario, viaggiatore… Cresciuto in un ambiente familiare dominato dal cattolicesimo severo della madre spagnola – la quale convertì alla sua religione anche il marito, mercante ebreo di Istanbul – educato prima nella scuola dei Fratelli Cristiani, poi nel Collegio gesuita di Beaumont, a diciassette anni entrò nella Compagnia di Gesù; nel 1964 fu ordinato prete gesuita. Le suggestioni instillategli dalla lettura delle Sacre Scritture in lingua greca (di cui pubblicò alcune traduzioni) e, più in generale, l’amore per la cultura greca, maturo già in adolescenza, lo portarono a viaggiare per ricercarne le tracce: prima in Grecia nel 1963, poi, nel 1970, in Afghanistan, insieme a Bruce Chatwin e Patrick Leigh Fermor. Da queste esperienze nacquero, oltre a una serie di romanzi di viaggio (The Hill of Kronos [1980], The Light Garden of the Angel King: Jouneys in Afghanistan [1984], A Bottle in the Shade: a Jouney in the Western Peloponnese [1996]), diversi saggi sulla Grecia e il mondo antico (tra gli altri, Atlas of the Greek World [1980] e A History of Greek Literature [1985]).

Peter Levi in Afghanistan, in una foto scattata da Bruce Chatwin

Dopo aver insegnato all’Heythrop College di Londra ed essere stato lettore di Letteratura classica alla Campion Hall di Oxford, nel 1977 lasciò il sacerdozio (e i gesuiti) per sposare la vedova di Cyril Connolly, Deirdre, e dedicare la sua vita a lei e alla letteratura («It was love», rispose ad un intervistatore che gli chiese il perché di questa scelta). Nel periodo immediatamente successivo alla rottura con la fase gesuita, si guadagnò da vivere scrivendo articoli divulgativi di Archeologia per il Time, finché ottenne la cattedra di Poesia a Oxford, che mantenne dal 1984 al 1989. A questi anni appartengono, oltre alle Oxford lectures (1991), molti saggi critici e traduzioni; da ricordare, tra le tante, Marko the Prince: Serbo-Croat heroic songs (1984), traduzione dei canti slavi di Kraljević Marco, fatta in collaborazione con la sua amica Anne Pennington, che egli dichiarò essere «il lavoro più utile e piacevole che io abbia fatto»: affermazione sintomatica di un atteggiamento “star-struck” nei riguardi della letteratura, slacciato dalla critica letteraria più rigorosa sin nel lessico.

Nella sua non lunga vita scrisse più di sessanta libri (per circa un terzo raccolte poetiche), spaziando tra narrativa, letteratura di viaggio, poesia, biografia, critica letteraria, testi religiosi, antichistica e archeologia.

di Ettore RUFO

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