La maschera di Castelnuovo al Volturno

Castelnuovo al Volturno (IS) è un piccolo villaggio che sorge sulle pendici del monte omonimo, nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Da qualche anno vi si mette in scena uno spettacolo suggestivo, che richiama un discreto numero di turisti, curiosi, studiosi.

Dalle alture del paese, arroccate sul fianco di Monte Castelnuovo, il Cervo irrompe nella piazza. (foto F. Milani)

Al calar della sera dell’ultima domenica di carnevale, in uno spazio ben circoscritto della piazza centrale del borgo, la folla dei paesani e dei visitatori intervenuti per assistere attende, infreddolita dal febbraio delle Mainarde. Irrompe ad un tratto il Maone, sorta di stregone della tradizione locale, seguito dalle temibili Janare, succhiatrici di bambini. Dopo una breve e rumorosa coreografia, le malefiche scompaiono ed un gruppo di villane, villani e zampognari, vestiti in abiti tradizionali, sfila al suono delle cornamuse molisane. Poi, viene fatto largo e si fa religioso silenzio. A quel punto, atteso da tutti ed annunciato da un urlo (“Glie Cierve!”) e dai conseguenti mormorii degli spettatori, appare l’uomo-cervo, coperto di pelli di capra e adorno di un palco di cervo. Il Cervo è accompagnato da una donna travestita da cerva, con la quale percorre correndo la stradina che scende dalla parte alta del paese. Entrambi sono agitati da una furia incontenibile, e tutto travolgono al loro passaggio, bramendo ed agitando fragorosamente i campanacci che pendono dai loro velli; solo “Martino”, una rassicurante maschera vestita di bianco, riesce a domare la loro frenesia, a catturarli, ed a costringerli ad una corda. Le maschere dei popolani li accusano di ogni male, ma allo stesso tempo, per placarli, viene loro offerta della polenta, che essi rifiutano rabbiosamente. Gli “animali” riescono allora a liberarsi, e dopo una ulteriore frenetica corsa, vengono abbattuti dal Cacciatore, il quale, tuttavia, immediatamente restituisce loro la vita, soffiandogli nelle orecchie. I “cervi” allora si levano quieti e ammansiti, e senza tumulto né danni ulteriori riprendono il loro cammino su per la stradina pietrosa che porta alle falde della montagna, sancendo così la fine della pantomima.

Il “rito” attestato nelle fonti

Nel 1985 la maschera del Cervo risorse ancora a Castelnuovo, per la prima volta dopo trent’anni di desuetudine. Dobbiamo il recupero di questa tradizione alla curiosità ed alla motivazione di alcuni giovani autoctoni, i quali, improvvisandosi etnografi, raccolsero e trascrissero le testimonianze degli anziani. Le successive messe in scena dell’evento e la sua valorizzazione  furono invece iniziative di Ernest Carracillo (attuale presidente dell’Associazione culturale “Il Cervo”) e di Mauro Gioielli (noto demologo isernino). Al contrario, ad un mesto destino è andato incontro il carnevale di Scapoli – borgo a pochi chilometri da Castelnuovo – dove un’analoga maschera, chiamata anch’essa “cierve” o “anemale feroce”, è scomparsa ormai da un cinquantennio. Questa scomparsa, così come la lunga e fortunatamente non fatale interruzione del carnevale castelnovese, è stata causata principalmente dalle vicende della Seconda Guerra Mondiale e dai radicali cambiamenti sociali e culturali degli anni successivi. Scapoli fu una roccaforte alleata sulla Linea Gustav e, dunque, teatro di importanti operazioni militari, mentre Castelnuovo ebbe sì un ruolo strategico, ma purtroppo non altrettanto memorabile: la sua popolazione fu deportata, ed il paese subì un infame bombardamento americano allo scopo di girare un documentario a fini propagandistici. Seguirono, nel dopoguerra, i fenomeni dell’emigrazione e dello spopolamento, ovvie conseguenze del “boom economico” capitalistico, dello smantellamento delle vecchie strutture sociali e della marginalizzazione della cultura rurale e contadina.

Lo spettacolo de “Gl’ Cierv” è quindi frutto di un’opera di recupero “colta”. La sua messa in scena modifica – in parte anche radicalmente – la struttura della pantomima che si può ricostruire dalle rarissime fonti scritte (la più remota delle quali risale agli anni ’60) e, soprattutto, dalle testimonianze orali raccolte negli ultimi vent’anni.

Le sole maschere che compaiono concordemente in tutte le fonti sono: il “Cervo”, “Martino”, “Il Cacciatore”; la altre sono frutto di invenzione. La presenza del Maone e delle Janare, ad esempio non è mai attestata nelle fonti: queste maschere rappresentano degli espedienti scenici proposti recentemente ed ormai stabili. Più complesso sembra invece essere il caso della Cerva, seppure la maggior parte dei dati porterebbero a concludere che anch’essa sia una interpolazione recente. Ancora più complesso il caso della paesana che offre il cibo per placare (o per provocare) la furia degli “animali”, ma su quest’ultimo non potrò soffermarmi in questa sede, anche perché esso tradisce una stretta relazione con la seconda parte del carnevale di Castelnuovo, che non è mai stata recuperata e di cui in queste pagine non è questione. Era questo il momento durante il quale veniva messo in scena un “processo a Carnevale”, tradizione molto diffusa nell’intera Penisola.

Ora, espunte le aggiunte recenti, la struttura del “rito antico” del Cervo rivela delle componenti che risalgono, con ogni probabilità, ad un passato remoto, o addirittura molto remoto. Questa sua presumibile antichità è tradita principalmente da alcuni fattori, quali la stessa maschera teriomorfa e l’elemento venatorio, il quale d’altronde si confonde con quello, altrettanto arcaico, della messa a morte del capro espiatorio. Anche il gesto del soffio vivificante non è, verosimilmente, una trovata recente. Del resto in questi elementi, proprio per la loro evidente arcaicità, si sono cercati simbolismi ed allegorie di ogni genere, le quali hanno spesso dato adito ad interpretazioni a dir poco ardite.

Ciò che invece è indubbio, è che l’intero istituto festivo costituisca l’esito di un processo di “carnevalizzazione” che ha molto probabilmente portato, con il tempo (e sicuramente dopo i secoli medievali), ad una differenziazione del carnevale in due parti diverse, temporalmente situate entrambe (le fonti sono concordi al riguardo) nel periodo compreso tra la domenica di carnevale ed il Martedì Grasso, oppure in uno stesso giorno, e cioè, verosimilmente, durante la sola domenica. Al fine di una strumentale tipologizzazione (calendariale, rituale, performativa, etc.), si può quindi affermare che la pantomima del Cervo – soprattutto se rimessa in relazione al successivo ed oggi scomparso rito del “processo a Carnevale” – si inseriva nel modello degli istituti festivi di origini medievali e moderne del “carnevale”, la cui storia è stata ampiamente indagata dalla letteratura scientifica, e le cui valenze rituali avevano una comune, indubbia funzione primaria: una provvisoria sovversione delle normali relazioni sociali tramite la messa in scena teatrale o pseudo-teatrale, tramite lo scherzo, il gioco, il mascheramento e la temporanea abolizione dello spazio e del tempo culturale al fine di una loro conseguente, successiva rifondazione. Se dunque per lunghi anni non fu più sentita la necessità di riproporre un “rito” che evidentemente non era più ritenuto indispensabile, ciò è dovuto al fatto che nella nostra attuale società queste funzioni sarebbero anacronistiche, visto che il nostro ordine culturale non ha bisogno di esser fondato e ri-fondato ciclicamente. Per le culture c.d. “tradizionali” le tradizioni – è quasi un truismo affermarlo – regolano tutti gli aspetti della vita sociale e sono strenuamente difese dall’usura del tempo, nella nostra cultura del “progresso”, della “crescita”, dello “sviluppo”, al contrario, è il cambiamento ad esser considerato cosa necessaria; le pratiche tradizionali vi sono ritenute relitti obsoleti, sintomi di sclerosi culturale, di superstizione. Di conseguenza la pantomima, se oggi esiste ancora, lungi dal non avere più un senso, ne ha, semplicemente, uno diverso da quello di un tempo. Al riguardo bisogna sottolineare che, anche se negli ultimi dieci anni una vera e propria sceneggiatura “originale” si è stabilmente sovrapposta alla struttura della pantomima più remota, non è tuttavia legittimo appellarsi ad una presunta “autenticità” (e dunque maggiore “verità”) del “rito” come attestato nelle fonti orali, visto che il concetto di autenticità non è una categoria operativa nello studio sulle produzioni simboliche di culture “orali” o, come alcuni preferiscono dire, “tradizionali”; e la cultura di Castelnuovo fino alla prima metà del ‘900 è senza dubbio riconducibile a questa macro-categoria etnologica. Il fatto che ai nostri giorni la maschera del Cervo non abbia più una funzione culturale “forte” ed abbia un significato completamente diverso per le persone che vi assistono passivamente (e che non “vivono” più il “rito”), è uno degli effetti più macroscopici dei cambiamenti sociali, economici, religiosi che si sono verificati nella seconda metà del ‘900, e che hanno letteralmente spazzato via la cultura agraria e pastorale di Castelnuovo.

Questioni di metodo

Prolifico è stato il rilevamento delle testimonianze orali di anziani informatori originari di Castelnuovo, grazie ai quali è stato possibile ricostituire, per quanto possibile, le caratteristiche più remote dell’evento carnevalesco e, dunque, la sua storia. Non è stato invece altrettanto fruttuoso lo spoglio della letteratura sul fenomeni in questione: gli studi sulla maschera del Cervo, infatti, non si sono rivelati esemplari per quantità né, tanto meno, per qualità, e ciò principalmente a causa di un carente aggiornamento metodologico degli studiosi che se ne sono occupati, oppure, nei peggiori – ma purtroppo non rari – casi, da una palese incompetenza in discipline storico-antropologiche.

Nei numeri della rivista dell’Associazione culturale “Il Cervo” sono stati pubblicati molti articoli interpretativi, così come molti altri sono apparsi su testate giornalistiche locali o addirittura nazionali. Una buona parte – se non la maggiore –  di questa letteratura è stata firmata da persone che con la storia delle tradizioni popolari hanno manifestamente avuto poco a che fare.

In breve, le sole due pubblicazioni attendibili sul carnevale di Castelnuovo che ho potuto consultare sono state: a) la monografia di M. Gioielli, che costituisce un’articolata summa dei numerosi, brevi contributi che egli aveva già dedicato alla maschera di Castelnuovo; tale opera risulta utile per l’attenta analisi morfologica e per la ricostruzione di alcune fasi del processo di “patrimonializzazione” del “rito”, oltre che per  la documentazione ivi citata e per le fonti orali (alcune delle quali inedite) in essa raccolte; b) l’articolo di una studiosa, M. De Rubertis, che già nel titolo palesa una caratura storica: “Una festa pagana nel meridione cristiano”. L’autrice di questo secondo studio opera una comparazione storico-culturale tra l’istituto festivo dei lupercalia nella religione della Roma repubblicana e la pantomima castelnovese. Ora, nella letteratura scientifica storico-religiosa non mancano casi in cui un certo tipo di comparazione abbia permesso di svelare relazioni culturali altrimenti insospettabili o di difficile intelligenza. Si può anzi affermare che la comparazione è uno degli strumenti metodologici più importanti per lo storico delle religioni e per lo storico della cultura in genere. Valga qui un solo esempio, relativo per giunta a tradizioni attestate in passato anche in Molise: l’istituto del “pianto rituale” nell’Italia del Sud, studiato in un suo celeberrimo libro da Ernesto de Martino, è risultato essere effettivamente (e documentabilmente) una modalità performativa del lutto derivante e sviluppatasi dalla lamentazione funebre antica, attestata pressocché ovunque nel Mediterraneo. Il caso di “Una festa pagana nel meridione cristiano”, tuttavia, è completamente diverso: nonostante i molti isomorfismi, tra la maschera del cervo e faunus lupercus , così come, più in generale, tra i lupercalia ed il carnevale di Castelnuovo, nessuna relazione storica – e tanto meno una filiazione diretta – è accertabile. La civiltà di Roma arcaica e poi classica dove la festa dei lupercalia si è sviluppata ed era funzionale non ha nulla in comune con la civiltà del villaggio di Castelnuovo pre-industriale. I due riti (dando in questa sede per pacifico che di “rito” si possa parlare nel caso di Castelnuovo, ciò che non è affatto scontato) furono funzionali ad esigenze assolutamente diverse. Ogni comparazione solo morfologica e non strutturale tra manifestazioni cultuali di culture completamente diverse, al fine di individuare una fantomatica “matrice storica” comune o un comune piano simbolico-archetipico, non può che risultare a-storica ed inattendibile.

È necessario, a questo punto, aprire una parentesi di carattere prettamente storiografico: l’esistenza di Castelnuovo non è attestata in fonti scritte prima del XIV secolo, benché le sue mura ne tradiscano chiaramente la primaria struttura di castrum alto-medievale. La cittadella fu probabilmente fondata durante il processo di incastellamento dell’intera regione, nel X secolo, anche se non è improbabile, come suggerisce Franco Valente, che essa sorgesse su un originario nucleo longobardo o tardo-antico.

Ora, grazie ad una indagine storica anche solo elementare, non soltanto una comparazione della pantomima del Cervo con eventi solo apparentemente simili in società antiche o classiche risulta altamente problematica, ma lo stesso uso di aggettivi come “arcaico”, “preistorico”, “millenario” per descrivere un fatto culturale attestato dopotutto “solo” da qualche decennio, in un borgo “solo” secolare, dimostra la sua natura intrinsecamente contraddittoria. Ma il “rito” castelnovese, ahinoi,  non è stato definito solo con termini imprestati al gergo delle periodizzazioni; esso è stato fregiato con ben altri attributi, che si rinvengono in gran copia nella sua storia degli studi, attributi quali:  “magico”, “celtico” (sic!), “dionisiaco” (!!), “sciamanico” (!!!); anche lo stesso Cervo, in quanto maschera del “rito” e in quanto animale, non è stato risparmiato da un uso per lo meno “libero” di siffatte definizioni, e, in barba a qualsiasi coerenza e verosimiglianza, lo si è voluto “simbolo” di tutto o quasi tutto, essere benefico e malefico, “animale archetipico” e, persino, “animale totemico”. Quasi sempre, ciò va da sé, queste definizioni non sono state motivate dai loro autori.

Per farla breve, gli studiosi che, chi più chi meno, hanno seriamente intrapreso lo studio del carnevale di Castelnuovo, hanno quasi sempre obliterato la necessità di una corretta contestualizzazione diacronica (storica) e di una corretta analisi sincronica socio-etnologica. Per giunta, si è spesso arrivati a leggere addirittura nell’attuale messa in scena – che di fatto è, nel senso tecnico del termine, uno spettacolo – il senso di un “rito millenario”, ed a ricercarvi l’alveo cerimoniale dove “la natura”, “il fuoco purificatore del maone”, “l’oscurità”, “la montagna” ed altri elementi per lo più inventati di sana pianta riceverebbero il sacrale crisma della simbolizzazione universale.

Bisognerebbe però evitare di cadere nell’errore esattamente contrario, e cioè in uno sterile eccesso di scrupolo interpretativo. È infatti indubbio che nella maschera del Cervo siano riscontrabili dei caratteri di “arcaicità” (che comunque, come ci insegnava già cinquant’anni fa Lévi-Strauss nel suo articolo “La notion d’archaïsme en ethnoogie”, è un’altra categoria alquanto vaga ed ambigua), ma questi caratteri non dovrebbero essere i soli a veicolare l’esegesi. Come se il folklore in quanto oggetto di studi risulti importante o interessante solo nella misura in cui manifesti delle marche “archetipali”, o “primordiali”, o “pagane”, etc.

Sia qui detto un’ultima volta: tutte le caratterizzazioni di questa sorta sono non rigorose e costituiscono per giunta dei veri e propri abusi terminologici. Non è un caso dunque se nella stragrande maggioranza degli studi dove si usano queste espressioni, le analisi siano caratterizzate da un associazionismo semplicistico e privo di qualsiasi cautela metodologica, e di conseguenza vi abbondino sfrenate comparazioni trans-culturali, azzardatissime ipotesi psicologistiche, pseudo-storiche, diffusionistiche, etc.

Anticipo che una rigorosa e, spero, completa messa a punto critica della letteratura sulla maschera del Cervo – che qui è stata solo abbozzata a grandissime linee – verrà presentata nel mio saggio di prossima pubblicazione e verterà tanto sugli studi di Gioielli e De Rubertis quanto su quelli meno attendibili.

Conclusioni

Non è tra gli scopi di questo breve contributo trarre delle conclusioni definitive dalla serie di dati discussi o a cui si è solo accennato. Mi piacerebbe però tornare su delle questioni generali e metodologiche che, a loro modo, costituiscono una forma di ricapitolazione e di integrazione a quanto detto.

Il Cervo di Castelnuovo non è l’unica maschera teriomorfa della penisola italiana, così come Castelnuovo non è il solo borgo appenninico ad aver conservato tradizioni remote, seppur trasformate, spesso stravolte, ma sempre ri-funzionalizzate e rese significative nel presente. Per tutto ciò che concerne i “beni” cosiddetti “immateriali” (preferisco: le tradizioni popolari), la categoria di “fossile culturale” è valida solo relativamente, perché ciò che non ha più senso o che viene percepito come “inutile”, in una data società, cade in disuso e scompare. È poi importante sottolineare ancora una volta che ogni fatto culturale va sempre ricondotto al contesto geografico, sociale, economico, religioso in cui nasce, si sviluppa ed eventualmente muore; in una parola, alla sua storia. Solo da una corretta storicizzazione e relativizzazione di ogni dato è possibile ricavare un senso che contribuisca agli scopi dell’indagine storica. Ed il senso di una qualsiasi manifestazione della realtà empirica – così come le stesse domande che noi ci poniamo su di esso – è soggetto ai cambiamenti insiti in ogni processo storico. Ciò vuol dire, per tornare allo specifico del nostro caso, che di certo il Cervo della società di agricoltori e pastori vissuti a Castelnuovo cento anni fa non ebbe lo stesso significato e non rispose alle medesime necessità culturali della maschera che i castelnovesi e i visitatori di oggi osservano con un misto di divertimento ed ancestrale timore durante lo spettacolo de “Gl’ Cierv’”, in un mondo completamente diverso.

Come già detto, sono numerose le maschere simili o addirittura analoghe a quella del Cervo. Esse “sopravvivono” specialmente in quelle regioni in cui la “cultura egemonica” – o consumistica, o urbana, o come più piaccia generalizzare – non è ancora arrivata a cancellare consuetudini evidentemente ben radicate. Regioni come il Meridione d’Italia, appunto. Inoltre, e ciò per passare dal piano regionale e “macro-economico” a quello micro-spaziale ed etnologico, le zone di montagna sono per antonomasia quelle dove l’isolamento geografico e culturale causa nei gruppi umani una forte resistenza alle influenze culturali provenienti dall’esterno, e dove di conseguenza si rileva una forte tendenza alla conservazione degli usi e delle consuetudini tradizionali. Fino a qualche anno fa si poteva forse ancora parlare di una “ideologia del paese di montagna” o di una “civiltà degli Appennini”, così come si è parlato di una “civiltà della Transumanza”, ma la natura di queste cose è cambiata velocemente e radicalmente.

di Alessandro TESTA

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