L’uomo e l’agricoltura: una convivenza non subito facile

Non v’è dubbio che la comparsa dell’agricoltura, avvenuta circa 10000 anni fa, abbia rappresentato un’importante conquista nell’evoluzione culturale dell’uomo, tanto da essere definita da più parti l’alba della civiltà moderna. Tuttavia recenti studi dell’economista Sam Bowles, professore al Santa Fe Institute (New Mexico) e all’Università di Siena, suggeriscono, provocatoriamente, che la rivoluzione agricola è stata paradossalmente un passo indietro. Secondo Bowles, infatti, il vero successo consisté, più che nella domesticazione delle piante in sé, nelle conseguenze sociali, militari e demografiche che questa produsse.

Sebbene le tecniche di coltivazione fossero rudimentali e i raccolti miseri, la necessità di difendere le proprie comunità, ormai avviate a un’economia produttiva, da eventuali incursioni esterne, poteva rappresentare un fattore di maggiore coesione e forza interne; secondo alcuni ricercatori dell’Arizona State University, inoltre, l’agricoltura favorì contatti diretti tra le comunità, dunque una trasmissione culturale eccezionale.

Quanto all’aspetto strettamente alimentare e nutritivo, invece, i vantaggi prodotti dalla rivoluzione agricolo-pastorale non sembrano essere stati, almeno nelle fasi iniziali, così immediati e profondi; se è vero infatti che una fonte di cibo più stabile può rendere più sana la vita, non vanno tuttavia trascurati altri fattori, quali la varietà della dieta e l’igiene: il passaggio a una dieta “monotona” e il meno intenso adattamento allo stress conseguente all’adozione di uno stile di vita più sedentario hanno portato a un aumento delle carenze alimentari e delle malattie, con conseguenze sul benessere e sulla crescita fisica dell’individuo; l’aumento, poi, della densità della popolazione e la convivenza diretta con gli animali hanno generato cattive condizioni igieniche e, conseguentemente, nuove malattie infettive. Nel saggio dal titolo “Paleopatologia alle origini dell’agricoltura”, pubblicato a Londra nel 1984, gli autori M. Cohen e G. Armelagos riportano venti casi-studio per descrivere l’aumento delle malattie nutrizionali e il peggioramento delle condizioni di salute in quelle società che hanno cambiato rapidamente stile di vita con il passaggio all’economia agricola. Il libro è stato oggetto di forti dibattiti, ma è divenuto in seguito un punto di riferimento della nascente bioarcheologia.

Concludendo con Amanda Murrer, bisogna considerare il vero significato di “buona salute”: «La modernizzazione e la commercializzazione degli alimenti possono esserci di aiuto fornendo più calorie […]. Sono necessarie molte calorie per la crescita delle ossa lunghe, ma c’è bisogno di tanti altri nutrimenti per aumentare la solidità delle ossa».

di Matteo VENTURINI

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