L’antropologia fisica in chiesa: indagine sui martiri

La National Geographic Society ha recentemente finanziato un’indagine antropologica volta a sciogliere i dubbi sulla sorte dei santi Crisanto e Daria, martiri romani del III secolo d.C. e compatroni della città di Reggio Emilia, dove le reliquie giunsero nel Medio Evo.
Un gruppo di antropologi ha esaminato due scheletri trovati in un sacello di una chiesa italiana, utilizzando tutti gli strumenti più avanzati dell’analisi forense per cercare di dimostrare che si trattasse dei due santi.

La storia di Crisanto e Daria impressionò notevolmente i cristiani dei primi secoli e ispirò diversi artisti (tra cui Calderón della Barca, che la raccontò nel dramma religioso Gli amanti del cielo).
Secondo la tradizione, il giovane Crisanto, figlio di un senatore di origine egiziana, giunse a Roma per studiare filosofia al tempo dell’imperatore Numeriano, e qui si convertì al cristianesimo. Il padre cercò di distoglierlo dalla nuova fede facendolo avvicinare da fanciulle di bell’aspetto, tra le quali l’affascinante vestale Daria, di qualche anno più grande. Crisanto però riuscì a convertire Daria al Cristianesimo e i due, uniti in un matrimonio spirituale, cominciarono a predicare il Vangelo e a convertire in massa i Romani. Irritato, l’imperatore li condannò a morte; ma poiché spargere il sangue di una vestale avrebbe attirato l’ira degli dei, Crisanto e Daria furono sepolti vivi in una cava sulla via Salaria, nel 283 d.C.

Le reliquie di Crisanto e Daria furono accolte, nel X secolo d.C., nel duomo di Reggio Emilia quale dono del re longobardo Berengario cui erano state affidate dal papa. Posti in un reliquiario all’interno della cripta, le salme erano state esposte per l’ultima volta nel Cinquecento. Fino all’anno scorso, quando per i lavori di restauro della cattedrale, l’altare che copriva l’urna è stato rimosso.

La ricerca ha preso il via grazie ad Ezio Fulcheri, paleopatologo dell’Università di Genova e già autore di numerosi studi su mummie e resti sacri: “Ero stato già incaricato dalla Curia di seguire i lavori”, spiega lo studioso; “ho pensato che fosse un’occasione unica per analizzare per la prima volta dei corpi santi con tutti i mezzi a disposizione della scienza moderna”.
Così Fulcheri ha messo insieme un’équipe di studiosi di varie università italiane: esperti di anatomia patologica, di datazione al radiocarbonio, di analisi del Dna, dei sedimenti minerali, di pollini. E soprattutto ha ottenuto il sì del vescovo Caprioli e delle autorità ecclesiastiche, “che hanno accettato di sottoporre una tradizione millenaria al vaglio della scienza, anche se i risultati potevano smentirla”.

I risultati dell’indagine sono stati notevoli.

Nel reliquiario c’erano quasi 150 ossa: l’analisi del DNA ha permesso di scoprire che appartenevano solo a due persone, un maschio e una femmina. Dalla datazione al radiocarbonio è emerso che i corpi risalgono a un’epoca tra l’80 e il 340 d. C. (il martirio avvenne nel 283).

La TAC e altri esami hanno svelato che il maschio aveva tra i 17 e i 18 anni e la femmina tra i 20 e i 25. Entrambi mostravano alte concentrazioni di piombo nelle ossa, segno di una probabile appartenenza alle classi elevate, le uniche che abitavano in case dotate di acqua corrente (il piombo era, infatti, usato per le tubature). E su nessuno dei due ci sono tracce di traumi o malattie mortali, segno compatibile con la morte per soffocamento tramandata dalla tradizione.
Sulle reliquie non restano tracce del suolo romano: c’è da presumere che i due santi fossero stati deposti in un sarcofago, come era d’uso per le persone illustri. Altre tracce di sedimenti e pollini testimoniano i vari spostamenti delle reliquie prima della loro definitiva sistemazione nel duomo di Reggio Emilia.

Insomma, tutto fa pensare che le salme che Crisanto e Daria riposino davvero nell’urna di Reggio. “È stato come vedere i pezzi di un mosaico che si incastravano uno alla volta”, racconta Ezio Fulcheri, direttore del progetto.

di Sandra GUGLIELMI

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